7.1.16

Astrobimbe

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B. Mamma, ti voglio bene
Anche io Bea, ma sono le cinque, fammi dormire ancora un po'

A. Guarda Bea, ho trovato la Luna nella finestra! C'e' il nonno sulla Luna
B. No Ali, il nonno e' sulla stellina.
A. Ah, si.. ma c'e' la stellina vicino alla Luna.Ciao nonno!

B. Mamma, vieni a vedere, abbiamo trovato la stellina col nonno!
A. Mamma, vieni a vedere!
Arrivo bimbe, fate piano, non svegliamo Tato e Leo.

A. Guarda mamma, e'  lassu'  il Nonno.

B.Il nonno e' morto perche' i medici non potevano guarire la sua malattia, ma ora sulla stellina sta bene e mi legge le storie mentre dormo. Mamma posso parlare al nonno?
Certo che puoi, amore.
B. Nonno, mi manchi tanto e sono preoccupata per la nonna che da quando sei andato sulla stellina e' triste.
La nonna e' triste Bea perche' le manca il nonno, ma e' anche felice perche' ha voi.
A. Nonno, mi manchi tanto.
B. Nonno, quando io andro' su Marte e Ali sulla Luna, ci rivedremo e faremo tante risate.

A. Mamma aspettiamo il Sole insieme?
Si, va bene, mettiamoci qua sul divano, tutte sotto la coperta.
B. Mamma, il Sole torna sempre ogni mattino?
Si bimba, torna ogni mattino a illuminare la Terra
B. Ma il nonno non torna piu' sulla Terra.
No amore
A. Quando arriva il Sole, il nonno va a dormire.
...

A.Ecco il Sole! Buonanotte nonno.
B. Buonanotte nonno.

Buonanotte Babbo, comincia un altro giorno.






3.1.16

2016

6 comments:
Seduta sul davanzale della camera, rannicchiata nel pigiamone da orsetto del cuore verde acqua.
Fili del gelo a menoquindici di fuori passano tra i vecchi vetri della finestrona.
Fuori vedo la strada e lo scorcio di panorama illuminati da piu' luci: qualche stella, qualche lampione, qualche appartamento vicino ancora acceso, lo stadio sullo sfondo.
Dentro vedo i libri, i mobili, tutto cio' che avevamo lasciato dietro di noi, in scatoloni e magazzini, e' tornato  in questa casa. Solo le pareti spoglie provano che esiste un altro posto di cui abbiamo le chiavi, dove i nostri quadri, posters e foto sono stati la radice che ci siamo portati dietro per ricreare un po' del nostro mondo.
In sala i mobili sono ancora rimasti spostati per la festa dell'altra sera, quando nuovamente il parquet ha scricchiolato sotto i passi di danza e i muri hanno ascoltato fiumi di parole in tre lingue.
Dormono tutti e tre.
Bea e Ali sono cosi' lunghe lunghe quando sono sdraiate che mi paiono gia' alte come me eppure erano entrambe nella mia pancia ieri e l'altro ieri. Belle come due bambole, libere come due spiriti.
Leon sorride tranquillo nel sonno, con le braccia in alto ad abbracciare l'universo.
Il Senator sta rientrando, sento girare la maniglia
E' inverno, e' casa, e' tutto vero: buonanotte e buon anno

17.11.15

L'Europa, Parigi, Io, Noi, Voi, Valerio, Riccardo

4 comments:
Era venerdi' pomeriggio per me, stavo riportando le bimbe a casa dall'asilo.

Tra dieci anni me lo ricordero' come oggi mi ricordo dov'ero nel momento delle Torri Gemelle: ferma al semaforo tra Greenbriar e Holocomb, l'auto un po' inclinata perche' la gomma a destra ferma nel solito fosso di asfalto che mai ripareranno. Sbilenca appesa al volante con la destra e col cellulare in mano nella sinistra, avro' sempre questa immagine di me mentre leggo le parole di Anna che annunciano il terrore.

Incredibile, impossibile, atroce.

Vero.

Tornate a casa, le bimbe hanno giocato tra loro e visto cartoni su cartoni, prendendo dal frigo e facendosi pic nic.
Io ero imbambolata tra il telefono e il computer su cui scorrevano le notizie e soprattutto cercavo di contattare le persone che conosco a Parigi.

Un piccolo sollievo sapere che queste persone che conosco stavano bene.

Un enorme dispiacere per le vittime, i loro parenti, i loro amici.
Un enorme dispiacere per me stessa, perche' mi sento ferita e oltraggiata nella mia libera autodeterminazione.
Mi sento come se fossero arrivati i ladri e avessero fracassato tutto cio' che amo in casa mia, mentre io sono qua a migliaia di kilometri di distanza.
Parigi, la Francia, rappresentano per me un luogo non solo geografico ma anche mentale: la summa di tantissime idee, valori, abitudini, consuetudini che ho ereditato,  scelto e fatto mie nel corso degli ultimi 36 anni. Quello che io e mio marito definiamo the european way quando parliamo tra noi, perche' per noi l'Europa e' casa, e' radice, e' dove apparteniamo, e' l'acqua nella quale siamo pesci.
Mi sento ancora piu' isolata qua, adesso.



Sabato mattina la newsletter dell HuffPo titolava insieme agli attacchi in Francia che a Baltimora solo questi ultimi 11 mesi, 300 omicidi.
Questi, che sono i nostri piu' equipaggiati alleati d'occidente, s'ammazzano a casa loro a centinaia ogni anno in decine di citta' con la scusa del diritto costituzionalmente garantito a possedere armi. Ben piu' vittime tra loro che vittime per terrorismo.
Vittime di loro stessi.
Sono i nostri alleati ma la loro mentalita' e' per tanti versi assai piu' vicina a quella di chi ha voluto punire, con gli attacchi a luoghi di divertimento,  in modo esemplare la nostra mentalita' che include senza vergogna ne' puritanesimo la gioia di vivere declinata in liberta'.

Sembriamo fessi perche' crediamo nella libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali.

Sembriamo fessi perche' da quando e' finita la seconda guerra mondiale ci proviamo davvero a integrare decine e decine di popoli caratterizzati da storie, lingua, mentalita', mezzi economici differenti, pur con tanti errori, ci proviamo, lo facciamo.
Soprattutto noi cittadini, che intanto che i politici fanno decreti e direttive, viaggiamo, ci innamoriamo, ci sposiamo e facciamo bambini multilingue, multinazionali, multicuore.
Europei.
Da migliorare c'e' tanto, ma intanto siamo pur sempre uno dei posti migliori dove vivere su questo pianeta in quanto a diritti umani.
Tutti i morti prima di noi non sono morti invano: il messaggio l'abbiamo capito e implementato anche se ancora ci sono tante realta' brutte, bruttissime, da guarire sul nostro stesso continente.
Ma non sono morti invano.

Noi europei siamo debosciati perche' la sera dopo aver lavorato a casa o in ufficio o altrove usciamo alle nove per andare a cena con i nostri amici o con la nostra famiglia, persino coi bambini nel passeggino e ci mettiamo tranquillamente in mano un bicchiere di vino senza dover far vedere la carta d'identita' a nessuno, ci baciamo in pubblico,e se domenica salteremo la Messa non ci sentiremo in colpa perche' abbiamo lavorato tutta la settimana e abbiamo fatto tardi la sera prima con le persone a cui vogliamo bene, e tutto questo e' rispetto e celebrazione della vita che ci e' concessa. Sfruttiamo i nostri talenti, condividiamo amore con il nostro prossimo. Se poi non ci presentiamo all'appello dal prete, Dio comunque lo sa che ci stiamo rispettando la vita che ci ha concesso.
Si puo' anche dire che siamo troppo flessibili, che pieghiamo le cose a nostro piacimento.
Forse e' cosi', dipende dai punti di vista.

Ma di fatto la maggioranza di noi non pensa sia normale che si possa andare in giro armati ne' si possa fare del male al prossimo in nome di una religione.

Quando ero piccola ricordo di aver pensato qualche volta che sarebbe stato bello che a scuola non ci dessero sempre dei libri cosi' tristi da leggere: da Anna Frank alla Ragazza di Bube, da Se questo e' un uomo a I ventitre' giorni di Alba.
Lager e Resistenza, morti di religione, morti di guerra, tutti morti nostri, sulla nostra terra.

Per tredici anni di istruzione elementare e superiore.
Adesso mi rendo conto che e' anche grazie a tutti quei libri che sistematicamente cosi' tanti di noi europei abbiamo dovuto leggere a scuola, che per cosi' tanti di noi la differenza tra il male e il bene, l'inescusabilita' della violenza, il rispetto per la vita di tutti, aldila' dell'etnia e della religione, e' ovvia.

Non riesco a trovare un filo preciso di tutto questo fervore dentro di me.
Sto scrivendo ad alta voce.
So solo che amo l'Europa come se fosse una persona vera, fisica, da abbracciare in questo momento. Come se fosse il mio babbo.

Mia madre questo sabato ha dipinto meglio di quanto io possa scrivere.
L'arte figurativa e' davvero una grazia per liberare le emozioni.

In questo momento di tragedia collettiva, alcune persone a me vicine stanno vivendo tragedie familiari. Un dolore amplifica l'altro.
Valeria ha perso la cognata, mancata nel deragliamento del Tgv Parigi  - Strasburgo
Simona ha perso lo zio, per lo stesso male che ha portato via il mio babbo.

E in tutto questo pero', sorridono Leon, Elenoire, Giordano, Luigi e tantissimi altri bambini.
Ai quali oggi si aggiungono Valerio e Riccardo: benvenuti piccoli, vi auguro di essere amati tantissimo!







13.11.15

Interpost - Da Boston a New York

1 comment:
New York per la crew di noicinque e' cominciata sul binario interrato della stazione ferroviaria di Boston.
Laggiu' nella penombra, avvolti da rumori misteriosi che rimbombavano tra i mattoni a volta, la  bella citta' sopra di noi sembrava lontanissima, sparita.
O meglio, eravamo spariti noi, sospesi in un non luogo,tra Boston e New York.
Il Senator mi aveva preparto al peggio riguardo ai treni americani: lentissimi, niente da mangiare a bordo, poco puliti.. sempremegliochetrenitalia ma non ti aspettare i compartimenti insonorizzati per famiglie, il bagno col fasciatoio e le insalate fatte fresche al momento dallo chef  come  sull'intercity da Katowice a Varsavia questa estate.
A me poco importava, aspettavo semplicemente un treno per andare a New York, ma a un certo punto non arrivava nemmeno quello.
Mentre attendevamo tra gli archi  sempre piu' cupi, senza nessun pannello che spiegasse arrivi o partenze, cercando di captare il senso di annunci cosi' biascicati che nemmeno i nativi li' presenti capivano, ho pensato per un attimo di risolverla alla Hogwart: bambine, prendiamo la rincorsa e fiondiamoci contro il pilone al centro della banchina.
Proprio in quel momento il treno si e' materializzato e noi eravamo pronti e scattanti secondo la procedura di immissione nel vagone stabilita dal Senator: prima sali tu (col bimbo appeso), poi ti passo la grande, poi la piccola, poi ti passo le valigie, poi entro io con i passeggini.
Se non fosse che una gigantessa bionda mi ha acchiappato per una spalla, tirato giu' dal vagone a forza e spiegato che dovevo seguirla per andare in fondo al treno perche' non potevo salire sul quiet wagon con i bambini. Mentre io e il Senator eravamo gia' pronti ad azzannarla con la nostra rodatissima filippica in terra houstoniana sulla Liberta' e i Diritti Umani dei portatori di prole e della prole medesima a non essere ghettizzati, la Gigantessa ci ha mostrato i quattro posti con tavolino in mezzo che ci aveva riservato a inizio di quella carrozza, con spazio extra per mettere i passeggini oltre alle valigie.
Ci aveva fatto chiaramente un favore, percio' ci siamo rimessi in tasca la filippica e abbiamo ringraziato.
Dopo esserci installati, ho visto altri passeggeri col bicchierone di carta fumante di caffe' e ho spedito il Senator in avanscoperta: nonostante la sua cautela nelle aspettative, eravamo sull' Acela Express, il treno piu' moderno degli Usa.
Viaggiare in treno per me e' il meglio.
Quando non ero madre, in treno incontravo sempre persone dalle storie interessanti (beh, anche in aereo a dire il vero, ma ho paura di volare quindi mi rilasso di piu' in treno) oppure leggevo,e il rumore del treno teneva il tempo delle parole.
Adesso viaggiare in treno significa anche rincorrere, dire non toccare/leccare/appoggiare che e' sporco, cambi di pannolini rocamboleschi in assenza di fasciatoio, ma nonostante queste piccole fatiche, anche le bimbe iniziano a condividere con me cio' che preferisco di questo mezzo: guardare fuori dal finestrino il mondo che va velocissimo e cogliere in quei pochi secondi piu'dettagli possibile.

Il treno che scende dal Maine a Washington per molti tratti corre proprio sul filo delle sponde, dando la sensazione di scivolare sull'oceano. Un bellissimo sole incendiava gli alberi gia' vestiti dei colori autunnali e tra una foresta e l'altra si alternavano le piccole baie di oceano contro spiaggette di sabbia dorata e piccoli scogli. Case come quelle nelle foto patinate degli Hamptons e di Martha's Vyneyard. Fari. Casette come quelle dei quadri di Hopper. Gli scorci si susseguivano incorniciati dalla finestra del treno, raggiungendo l'apice della bellezza tra Rhode Island e New Haven (Connecticut).

Mentre osservavo tutto quel rosso oro e blu scintillante, mi sono sentita dire: se rimaniamo negli Usa mi piacerebbe tornare qui e vedere questi posti.

Guardando Leo aggrappato saldamente al suo bar, cioe' me medesima, mi e' venuto in mente quando tenevo tra le braccia Bea, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Lione per andare a fare il suo primo passaporto. Era poco meno di cinque anni fa e andare in treno sembrava un'avventura pazzesca: avevo dietro una borsa enorme con tutto il necessario per ogni evenienza possibile o immaginabile.
E poi Ali, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Parigi per andarcene a fare un weekend lungo di novembre che sapeva gia' di Natale: c'era una borsa appesa al maclaren di Bea con quasi tutto il necessario per la sopravvivenza di entrambe.
E ora siamo io e Leo e loro due  e uno zainetto con dentro un po' di pannolini, un po' di salviette,due mandarini e per il resto ci si arrangia.
Non solo me lo ricordo, ho addirittura una foto di me con loro,che si sa, sono sempre le mamme che fotografano.

Mi fai una foto con lui che si veda siamo in treno?
Okay
Sai, per tradizione.

Durante il viaggio la Gigantessa, che abbiamo scoperto essere il controllore del treno, e' venuta una mezza dozzina di volte a parlare con le bambine, estasiata dal loro multilinguismo, offrendo a sua volta un repertorio di canzoncine  in francese molto apprezzato dalle Ice e raccontandoci che le dispiaceva che sua madre, siciliana immigrata a New York dopo la guerra, non le avesse voluto insegnare l'italiano. Ci ha raccontanto dei matrimoni misti nella sua famiglia, del suo periodo di vita all'estero quando le sue figlie erano piccole. Il suo interesse verso le bambine e il desiderio di raccontare la sua esperienza rivedendosi un po' in noi qualche anno fa, mi ha colpito: in un mare di so adorable so cute e' un evento che un'americana voglia davvero dire qualcosa e ascoltare nell'ambito di una casual conversation tra estranei.
Ci ha scortato all'uscita dal treno e si e' congedata da noi solo quando e' stata certa che non avevamo bisogno di ulteriore aiuto nel salire verso l'atrio di Penn Station.

Ho guardato in alto verso il Senator, mentre le scale mobili ci portavano su.
Ho sentito il mio battito accelerare.
Stavo per vedere New York per la prima volta con i miei occhi.




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