12.4.11

ITA Prezzi cinesi: qualcosa non mi torna.

Si są, le fabbriche cinesi hanno messo in ginocchio tanti produttori d'abbigliamento e pelletterie italiani.


Eppure qualcosa, camminando tra negozi e banchi, non mi torna: nei mercati, superate le negoziazioni sui prezzi pompati appositamente per i turisti stranieri, gli abiti contraffatti costano meno degli originali, ma non sono regalati. Un abitino di Miu Miu falso in poliestere costa 100 euro, le finte nike costano trai 30 e i 50 euro: certe volte nei saldi in Italia si trovano gli originali per queste cifre. Nei mercati di abbigliamento frequentati dai cinesi, le merci sono le stesse vendute sui banchi dei mercati o nei bazar cinesi in Italia, ma piu' care. Quando i cinesi non copiano i modelli occidentali, sembrano perdere totalmente la bussola estetica: gli abiti sono carichi di fronzoli inutili, tagliati sbilenchi, non orlati. Passando dai manichini alle persone, sembrano tutti pronti per una festa a tema Stracci & Lustrini. I negozi di abbigliamento frequentati dai giovani, traboccanti di magliette colorate e rimbombanti di lady gaga quanto i nostri h&m, celio, pimkie e compagnia bella, hanno dei prezzi assolutamente in linea con quelli dei citati omologhi, pur non avendo gli stessi costi di spedizione e distribuzione dal luogo cinese di fabbricazione al resto del mondo. La stessa cosa si puo' dire per i negozi di abbigliamento da bambini piccoli. Un abitino di cotone stampato falso di Kenzo da dodicimesenne costa 20 euro, un abitino di marca cinese consimile anche, un abitino di una qualsiasi catena francese per bimbi come z o dpam, prodotto in Cina, pure.

Qualcosa non mi torna.

I cinesi che sono diventati ricchi, presumibilmente a capo delle manifatture che producono abbigliamento per i marchi occidentali, si vestono tutti esclusivamente di abiti italiani originali, che negli show rooms di qui costano il doppio che a Milano e Firenze. Quando scendono dalla Bugatti dai vetri oscurati per fare i 4metri che li separano dall'ingresso dell'hotel o del ristorante a super stelle, rifulgono di stile sobrio e classico, in mezzo ai passanti in Stracci & Lustrini. Le donne che li accompagnano camminano su tacchi italiani alti e solidi, non traballano come le ragazzine issate su trampoli di cartone e plastica.

I pechinesi guadagnano certamente meno dei milanesi o dei parigini e contemporaneamente hanno una sete d'acquisto compulsiva impareggiabile, comprano qualsiasi cosa e dovunque: ci sono venditori cdi ananas, orsacchiotti, carabattole a pile e calzini anche sui cavalcavia pedonali alle otto di sera, e passanti di ogni classe sociale che si fermano a comprare almeno un paio di queste cose. L'altro giorno ho visto un nugolo di donne trentenni dall'aria manageriale, capello piastrato e (finto) Gucci total look, picchiarsi per una svendita di Moncicci' alti 30 cm a 60 yuan (circa 7 euro) l'uno nel passaggio tra la linea 1 e la linea 10 della metropolitana. Pero' con 60 yuan si puo' ordinare un pranzo di antipasto, piatto principale di carne o pesce con contorno, birra cinese e te' in un ristorante di buon livello.

Che gli italiani del tessile superstiti abbiano un nuovo mercato di esportazione, se la nuova generazione cinese riuscira' a conquistare lo status di middle class?

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