8.2.12

ITA La neve, Cuore, Marcovaldo, la Stampa e il cabinotto: sono cresciuta a Torino

L'altro giorno mentre camminavo per una Torino imbiancata , ripensavo alla Grande Neve dell'85: ero in prima elementare e ho guardato i fiocchi cadere colorati attraverso i disegni trasparenti dipinti sulle finestre della classe.
Non ricordo se la scuola fu chiusa o meno, ma  son certa d'aver fatto diversi pupazzi di neve, d'esser scesa nel bob rosso insieme al mio babbo giu' per un pendio del parco del Valentino e sempre in quel bob rosso, di aver fatto il giro del piazzale interno al condominio trainata dal nostro cane, Mia.
Sicuramente anche a quei tempi il fenomeno atmosferico aveva creato disagio, eppure non ricordo particolare disperazione tra gli adulti che mi circondavano.
E ho ripensato a quella neve  su Torino come raccontata in due libri che da piccola mi erano particolarmente
cari: Cuore e Marcovaldo.Che la cosa strana e' che a me la Torino del 1985 non mi sembrava cosi' lontana dalla Torino di De Amicis e da quella di Calvino. A pensarci bene nemmeno la Torino di oggi.
Qualche giorno dopo, leggendo La Stampa, mi ha fatto piacere scoprire che qualcun' altro ci aveva pensato al fatto che "all'uscita dalla classe la neve era una festa" (peraltro traendone lo spunto per arrivare alle mie stesse conclusioni). E non un qualcuno qualsiasi, ma uno scrittore che  incontrai qualche volta di persona quando da ragazzina scrissi alcuni articoli per Torinosette. Uno di quei casi in cui leggi il nome della firma e vedi immediatamente un volto, anche se la sua ultima immagine nel mio archivio mentale e'  antica di almeno dodici anni.
Lui aveva quattordici anni piu' di me e ricordo ancora il tuffo al cuore adolescenzialmente gigantesco la prima volta che ebbi l'occasione di dirgli qualcosa, e lui mi rispose, non come mi rispondevano i miei compagni di liceo,  ma come un adulto (ma senza essere uno di quegli adulti abbastanza grandi da essere mio padre). Una risposta articolata, con soggetto, verbo e varie altre parole e particelle del discorso, senza sghignazzi o oh cioe'. Una risposta in cui mi domandava maggiori specificazioni di quanto gli avessi detto in prima battuta. Che significava che mi stava ascoltando ed era interessato a cio' che dicevo.
Wow.
Passo' almeno un anno, quando mi ritrovai  a fare il viaggio con l'organizzatrice di una conferenza sul giornalismo in una scuola fuori Torino e proprio lui. Mi venne un altro coccolone quando, dopo qualche minuto di conversazione,esclamo':
"Mi ricordo di te, sei la ragazza che mi ha spiegato cos'e' un cabinotto."
Ecco: non che mi sia sentita orgogliosa di aver utilizzato la prima occasione di poter parlare di persona con uno scrittore vero per spiegargli che cos'e' un cabinotto, ma e' indubbio che il fatto che lui se lo fosse ricordato mi ha fatto arrossire di piacere.
Comunque, prima che pensi anche lui a Marcovaldo, ve lo ripropongo io:
Inverno IV - La citta' smarrita nella neve (da Marcovaldo - Le Stagioni in Citta', Italo Calvino)

Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di
qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco. Aguzzando lo sguardo, distinse, in mezzo al bianco, alcune linee quasi cancellate, che corrispondevano a quelle della vista abituale: le finestre e i tetti e i lampioni lì intorno, ma perdute sotto tutta la neve che c’era calata sopra nella notte.
- La neve! – gridò Marcovaldo alla moglie, ossia fece per gridare, ma la voce gli uscì attutita. Come sulle linee e sui colori e sulle prospettive, la neve era caduta sui rumori, anzi sulla possibilità stessa di far rumore; i suoni, in uno spazio imbottito, non vibravano.
Andò al lavoro a piedi; i tram erano fermi per la neve. Per strada, aprendosi lui stesso la sua pista, si sentì libero come non s’era mai sentito. Nelle vie cittadine ogni differenza tra marciapiedi e carreggiata era scomparsa, veicoli non ne potevano passare, e Marcovaldo, anche se affondava fino a mezza gamba ad ogni passo e si sentiva infiltrare la neve nelle calze, era diventato padrone di camminare in mezzo alla strada, di calpestare le aiuole, d’attraversare fuori delle linee prescritte, di avanzare a zig-zag.
Le vie e i corsi s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei
monticelli bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole, le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa: invece i suoi passi lo riportavano proprio al suo posto di lavoro di tutti i giorni, il solito magazzino e, varcata la soglia, il manovale stupì di ritrovarsi tra quelle mura sempre uguali, come se il cambiamento che aveva annullato il mondo di fuori avesse risparmiato solo la sua ditta.
Lì ad aspettarlo, c’era una pala, alta più di lui. Il magazziniere-capo signor Viligelmo, porgendogliela, gli disse: - Davanti alla ditta la spalatura del marciapiede spetta a noi, cioè a te -. Marcovaldo imbracciò la pala e tornò a uscire.
Spalar neve non è un gioco, specie per chi si trova a stomaco leggero, ma Marcovaldo sentiva la neve come amica, come un elemento che annullava la gabbia di muri in cui era imprigionata la sua vita. E di gran lena si diede al lavoro, facendo volare gran palate di neve dal marciapiede al centro della via.
Anche il disoccupato Sigismondo era pieno di riconoscenza per la neve, perché essendosi arruolato quel mattino tra gli spalatori del comune, aveva davanti finalmente qualche giorno di lavoro assicurato. Ma questo suo sentimento, anziché a vaghe fantasie come Marcovaldo, lo portava a calcoli ben precisi su quanti metri cubi di neve doveva spostare per sgombrare tanti metri quadrati; mirava insomma a mettersi in buona luce con il caposquadra; e – segreta sua ambizione – a far carriera.
Sigismondo si volta e cosa vede? Il tratto di carreggiata appena sgomberata tornava a ricoprirsi di neve sotto i disordinati colpi di pala d’un tizio che si affannava lì sul marciapiede. Gli prese quasi un accidente. Corse ad affrontarlo, puntandogli la sua pala colma di neve contro il petto. – Ehi, tu! Sei tu che tiri quella neve lì?
- Eh? Cosa? – trasalì Marcovaldo, ma ammise: - Ah, forse sì.
- Be’, o te la riprendi subito con la tua paletta o te la faccio mangiare fino all’ultimo fiocco.
- Ma io devo spalare il marciapiede.
- E io la strada. E be’?
- Dove la metto?
- Sei del comune?
- No. Della ditta Sbav.
Sigismondo gli insegnò ad ammucchiare la neve sul bordo e Marcovaldo gli ripulì tutto il suo tratto. Soddisfatti, a pale piantate nella neve, stettero a contemplare l’opera compiuta.
- Hai una cicca? – chiese Sigismondo.
Si stavano accendendo mezza sigaretta per uno, quando un’autospazzaneve percorse la via sollevando due grandi onde bianche che ricadevano ai lati. Ogni rumore quel mattino era solo un fruscio: quando i due alzarono lo sguardo, tutto il tratto che avevano pulito era di nuovo ricoperto di neve. – Che cos’è successo? È tornato a nevicare? – e levarono gli occhi al cielo. La macchina, ruotando i suoi spazzoloni, già girava alla svolta.
Marcovaldo imparò ad ammucchiare la neve in un muretto compatto. Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fouri; tutta una città di neve con i monumenti e i campanili e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in un altro modo.
Al bordo del marciapiede a un certo punto c’era un mucchio di neve ragguardevole. Marcovaldo già stava per livellarlo all’altezza dei suoi muretti, quando s’accorse che era un’automobile: la lussuosa macchina del presidente del consiglio d’amministrazione commendator Alboino, tutta ricoperta di neve. Visto che la differenza tra un’auto e un mucchio di neve era così poca, Marcovaldo con la pala si mise a modellare la forma d’una macchina. Venne bene: davvero tra le due non si riconosceva più qual era la vera. Per dare gli ultimi tocchi all’opera Marcovaldo si servì di qualche rottame che gli era capitato sotto la pala: un barattolo arrugginito capitava a proposito per modellare la forma d’un fanale; con un pezzo di rubinetto la portiera ebbe la sua maniglia.
Ci fu un gran sberrettamento di portieri, uscieri e fattorini, e il presidente commendator Alboino uscì dal portone. Miope ed efficiente, marciò deciso a raggiungere in fretta la sua macchina, afferrò il rubinetto che sporgeva, tirò, abbassò la testa e s’infilò nel mucchio di neve fino al collo.
Marcovaldo aveva già svoltato l’angolo e spalava nel cortile.
I ragazzi del cortile avevano fatto un uomo di neve. – Gli manca il naso! – disse uno di loro. – Cosa ci mettiamo? Una carota! – e corsero nelle rispettive cucine a cercare tra gli ortaggi.
Marcovaldo contemplava l’uomo di neve. << Ecco, sotto la neve non si distingue cosa è di neve e cosa è soltanto ricoperto. Tranne in un caso: l’uomo, perché si sa che io sono io e non questo qui>>.
Assorto nelle sue meditazioni, non s’accorse che dal tetto due uomini gridavano: - Ehi, monsù, si tolga un po’ di lì! – Erano quelli che fanno scendere la neve dalle tegole. E tutt’a un tratto, un carico di neve di tre quintali gli piombò proprio addosso.
I bambini tornarono col loro bottino di carote. – Oh! Hanno fatto un altro uomo di neve! – In mezzo al cortile c’erano due pupazzi identici, vicini.
- Mettiamogli il naso a tutti e due! – e affondarono due carote nelle teste dei due uomini di neve.
Marcovaldo, più morto che vivo, sentì, attraverso l’involucro in cui era sepolto e congelato, arrivargli del cibo. E masticò.
- Mammamia! La carota è sparita! – I bambini erano molto spaventati.
Il più coraggioso non si perse d’animo. Aveva un naso di ricambio: un peperone; e lo applicò all’uomo di neve. L’uomo di neve ingoiò anche quello.
Allora provarono a mettergli per naso un pezzo di carbone, di quelli a bacchettina. Marcovaldo lo sputò via con tutte le sue forze. – Aiuto! È vivo! È vivo! – I ragazzi scapparono.
In un angolo del cortile c’era una grata da cui usciva una nube di calore. Marcovaldo, con pesante passo d’uomo di neve, si andò a metter lì. La neve gli si sciolse addosso, colò in rivoli sui vestiti: ne ricomparve un Marcovaldo tutto gonfio e intasato dal raffreddore.
Prese la pala, soprattutto per scaldarsi, e si mise al lavoro nel cortile. Aveva uno starnuto che s’era fermato in cima al naso, stava lì lì, e non si decideva a saltar fuori. Marcovaldo spalava, con gli occhi semichiusi, e lo starnuto restava sempre appollaiato in cima al suo naso. Tutt’a un tratto: l’<>, fu quasi un boato, e il: <<...ciù!>> fu più forte che lo scoppio d’una mina. Per lo spostamento d’aria, Marcovaldo fu sbatacchiato contro il muro.
Altro che spostamento: era una vera tromba d’aria che lo starnuto aveva provocato. Tutta la neve del cortile si sollevò, vorticò come in una tormenta, e fu risucchiata in su, polverizzandosi nel cielo.
Quando Marcovaldo riaperse gli occhi dal suo tramortimento, il cortile era completamente sgombro, senza neppure un fiocco di neve. E agli occhi di Marcovaldo si ripresentò il cortile di sempre, i grigi muri, le casse del magazzino, le cose di tutti i giorni spigolose e ostili.

5 comments:

  1. Da bambina e anche dopo ho adorato Cuore e Marcovaldo, mi sa che devo aggiornare la libreria perchè ogni casa italiana dovrebbe averli...per il resto mi rimane incomprensibile come la neve al nord sia questo grande evento...e come nel 2012 se già si sa che fra due giorni arriva, non si abbia il tempo di attrezzarsi adeguatamente anche al centro sud...ovviamente scrivo da Pisa, l'unico posto dove nonostante il freddo non ha nevicato!

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  3. tiziana pensa che sono riuscita a trovare marcovaldo in inglese per regalarlo al Senator, gli e' piaciuto da commuoversi!!
    anche per me che la neve abbia scatenato l apocalisse al Nord non va giu', ma mi sono gia' sfogata nel post di ieri :-)

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  4. chissà se hanno tradotto anche le città invisibili...

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Si elemosinano commenti da chi ha un briciolo di tempo in piu'

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