30.11.14

Good Riddance - Penultimo Post Varsaviese

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Domani partiamo.
Sono arrivata alla fine di questa maratona di ultimi abbracci, ultimi saluti, ultimi pierogi, ultimi piccoli e grandi piaceri che abitare qui mi ha permesso di vivere.
Siamo nel limbo, ovvero
 vestiti con quel che esce dall'unica valigia apribile senza che si scateni il caos primordiale,
nutriti di take away e ristoranti in prossimita',
alloggiati in un appartamento affittato per questi ultimi giorni, intanto che casa nostra e' stata svuotata delle nostre cose e di noi medesimi.
In pieno centro, turisti nel nostro posto.
Le luci di Natale son gia' montate da due settimane ma le accenderanno dopo che saremo partiti.
Gli addi alle persone a cui si vuole bene sono stati emotivamente durissimi.
Nelle ultime due settimane sono diventata un caso pietoso: ho pianto abbracciando le amiche come e' naturale che sia,  ma anche annunciando la mia partenza all'unica cassiera simpatica del supermercatino sotto casa.
Ho pianto seduta nel mezzo della mia piazza preferita,
ho pianto mentre ordinavo un espresso da asporto alla mia catena di bar preferita,


ho pianto quando ho ritirato la maglietta di saluti che avevo portato da fare alla maestra della Viatrix.
Ho pianto in quei venti metri gelidi tra il bar dove si festeggiava il compleanno di un'amica e il taxi per tornare alla base.
Ho pianto quando Natalia si e' allontanata, dopo essersi presentata di colpo prima che partissi, raccontandomi di se' e portandomi in dono tre lacci per le chiavi, uno per me e due per le bimbe, come solo chi si e' affezionato a leggere questo blog poteva pensare di fare. Percio' saluto da qui anche tutti voi, lettrici e lettori, voi che commentate e voi che, come Natalia, invece no. Chissa', un giorno prenderemo un caffe' insieme davvero, come e' successo con lei.
Giuro, sto scrivendo senza piangere adesso: le mie figlie e' un mese che non mollano mai prima di mezzanotte, cosi' in queste ultime sere sono  piu' stanca che triste e i rubinetti dei miei occhi sembrano essersi fermati.
E alla fine ho deciso che non sara' questo il mio ultimo post su Varsavia, perche' non sarebbe rappresentativo di tutta la gioia che ho provato a vivere qui, venti mesi che sono valsi almeno il doppio.


28.11.14

Swinging Warsaw

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Sabato 15 novembre, abbiamo festeggiato il compleanno del Senator e la conclusione di questo nostro primo periodo varsaviese.

Ci tenevo tantissimo che lui fosse felice di questa festa di compleanno, visto che ogni anno gli viene il muso di diventare vecchio Amore, dai, io sono un anno piu' vecchia e non la prendo cosi' male. Amore ma per te e'diverso, sei italiana, vivrai sicuro cent'anni. Ci tenevo tantissimo che tutti i nostri ospiti avessero un bel ricordo di questa serata, da tenersi negli occhi per molto a lungo, quando in futuro penseranno a noi o semplicemente leggeranno il nostro nome nella posta in arrivo.
In questi venti mesi varsaviesi abbiamo fatto cinque feste in casa: quando il dj per il luogo che volevamo affittare ci ha tirato pacco, ho pensato che fosse un segno. Anche la nostra partenza andava festeggiata nella nostra casa, che ora e' davvero nostra, che significa tanto per noi, e che tutti i nostri amici conoscono e nella quale sono stati accolti per cene, caffe', colazioni.
Solo che a sto giro saremmo stati confermati in 55. Oltre tutti i miei precedenti record.

Recentemente abbiamo visto The Great Gatsby e ho pensato che l'introduzione su New York di Nick rispecchia perfettamente questo periodo Varsaviese; ci sono voluti quattro quinti di secolo perche' la citta' tornasse a essere una delle piu' economicamente, culturalmente e socialmente vibranti d'Europa. La citta' scoppia di energia, lavoro e vitalita': questa sara' sempre ricordato come un periodo d'oro nella storia futura e noi ne siamo stati parte ogni giorno da, quando siamo qui. E cosi', per allegria, ho deciso di buttarla in bollicine e palloncini, chiedendo a tutti gli ospiti di ispirarsi allo stile anni 20. E siccome sapevo che qualcuno sarebbe stato troppo timido per farlo davvero,ma poi si sarebbe imbarazzato di trovarsi con gli altri tutti agghindati, ho anche ordinato una dozzina di boa bianchi e gialli, una dozzina di fedora neri di plastica e una mezza dozzina di farfallini bianchi.

Avevo ormai le mani indolenzite tra pompa per i palloncini, sfila e taglia nastri, incolla patafix e soprattutto mi girava la testa per tutto quel sali fino all'ultimo livello piu' alto della scala, su in punta dei piedi, stira il braccio e incolla il palloncino o la stella filante, scendi e ricomincia. Nel giro di un'ora e mezzo sarebbero arrivati quasi tutti i nostri amici qui a Varsavia e c'era ancora da preparare il buffet, buttare la spazzatura, vestirci.
Il Senator e' rientrato con le Ice, dopo aver rispettato la mia richiesta di tenerle fuori casa il piu' possibile in modo da lasciarmi concentrare a far l'allestimento. Per fortuna, perche' arrivata al salotto, ultima stanza da preparare, avevo scoperto che li' il soffitto era piu' alto di cinque cm che nel resto di casa, percio' non ci arrivavo nemmeno sulle punte e stirandomi. Telefonata di un'amica cara che non ce la fa a venire perche' il marito sta male. Lacrime che rotolano giu' senza un grano di razionalita',perche' gia' due sere prima un'altra amica ha perso l'aereo per colpa del blocco creato da un incidente in A4.
E' cosi' che e' arrivato quel momento del non ce la faro' a finire tutto, non ce la faro' a far festa, voglio solo mettermi in pigiama e non aprire il citofono, adieu
Mamma non piangere, ti do una mano io! Gli Elfi sono bravi a collare i palloncini, e io sono un Elfo!
Cosi' e' partita questa piccola catena di montaggio: io preparavo gli ultimi palloncini e stelle filanti, Bea ci incollava il patafix e li porgeva al Senator sulla scala, che forte dei suoi centottantanove centimetri e conseguente apertura alare, appiccicava da lassu'. In dieci minuti era tutto finito, bello e luccicante.
Un Telegram di Sos alla Panzabanco, in vacanzina varsaviese coi genitori e il pupo piccolo apposta per venire a salutarmi: ce la fai a venire prima per aiutarmi a finire di preparare? Si, certo.
Mentre il Senator portava giu' la spazzatura e io facevo la giocoliera distribuendo per i tavoli in giro per casa piatti, bicchieri, stoviglie, focacce, salami, formaggi, uva, mandarini, prosciutto, melone, ananas, le bimbe correvano eccitate per casa gridando Bello Bello E' Scintillante! E' Luccicante!E' Brillante.
Un'ultima aspirapolverata, metto su l'acqua per la pasta, chiedo al Senator di ordinare quattro pizze giganti. Arriva la Panzabanco in tenuta Mcgyver che prende possesso della mia cucinetta per produrre l'insalata di pasta, come se non avesse mai fatto altro nella vita che fare la mia sorella salvatrice putativa. Ringraziando l'inventore dello shampoo secco che dovrebbe andare nella Hall of Fame insieme agli inventori dell'asciugatrice e delle salviette umidificate, procedo al trucco a tempo record, tiro fuori la mia bigiotteria veramente falsissima di plastica, un vestito nero, un boa bianco e faccio in tempo a mettermi
Mamma come sei bellissima elegante! Posso avere anche io occhi d'oro?
E sia, sono talebana sullo smalto anche se me lo chiede sempre, due ditate di ombretto dorato spero non mi manderanno in visita Maria&Rudolf incavolati dall'aldila' la prossima volta che dormo.
Sono le sette.
E' l'ora.
Suona il campanello il nostro primo ospite mentre io sto allacciando il cinturino delle scarpe col tacco con la stessa scioltezza di uno che sta tentando di disinnescare una bomba e di mestiere fa il  minatore.
Scusate, sono arrivato alle sette anche se sull'invito c'era scritto otto perche' mi sono confuso.
Ah, era alle otto? Non mi ricordavo nemmeno, pensavo fosse alle sette, mi sento dire.
Sospiro di sollievo, dopo esser stata behind the schedule tutto il giorno, adesso sono pure pronta in anticipo.
Arriva la babysitter per le bimbe, che le conterra' fino alle undici e quarantacinque, quando meta' degli ospiti rientreranno per liberare le loro babysitter e cosi' ci sara' abbastanza spazio per ballare, bambine comprese. Crolleranno all'una, incuranti della musica e delle luci stroboscopiche ancora per un bel po'.

Quando il citofono ha iniziato a cinguettare, nel giro di pochi minuti la casa si e' riempita di chiacchere, sorrisi,abbracci e quel senso di allegra goliardia che speravo l'essere vestiti a tema desse: uomini in bretelle coi capelli impomatati e il papillon,  oppure gessati e cappello, donne con capelli ornati da nastri o onde, nero, bianco, oro, argento...e le piume gialle e bianche che svolazzano ovunque, dando quel tocco starnazze' che stempera l'eleganza, specie quella del gruppo italico che si distingue sopra tutti per le mises.

Riassumere una festa cosi' e' difficile. Potrei scrivere di cio' che e' rimasto dopo: 46 bottiglie vuote di proseccocavaspumantechampagne, 10 di superalcolici, 3 di acqua tonica e ben 5 di acqua naturale. Palloncini ancorati al soffitto per ancora due settimane. Selfies e foto di visi felici e ridenti. Musica electroswing finche' non abbiamo cominciato a ballare metodo juke box, mettendo in fila dall'hip hop  al rock al trash a Madonna, con i ragazzi avvolti nei boa, trasformati in enormi polli e pulcini danzanti, e le ragazze coi cappelli neri diventate tutte Liza Minnelli  My little town blues.

Il momento per me piu' bello e' stato quando il Senator ha richiamato l'attenzione di tutti per fare un piccolo discorso. Eravamo d'accordo che questa volta avrei parlato per prima, per evitare di mettermi a piangere di emozione. E cosi' ho preso un momento per guardarli tutti, le mie amiche e i miei amici e i giovani componenti della mia famiglia acquisita. Erano cosi' tanti che non stavano tutti nel salotto, alcuni si sporgevano dalla porta della camera. E ci sorridevano tutti in quel momento. Un immagine che nessuan foto avrebbe potuto contenere, che voglio solo continuare  a ricordare per non dimenticarne la lucentezza, la musica, il calore.
La Viatrix ha capito che era un momento speciale perche' e' corsa vicino a noi, sorridendo emozionata e ascoltando prima me e poi il Senator.
Non ho imparato a memoria un discorso ma solo tre concetti, che sono riuscita a dire sorridendo:
Sono stati venti mesi bellissimi, grazie a tutti voi che siete qui e a qualcuno che stasera non c'e' ma so che e' qui nello spirito. Parto con dei ricordi bellissimi, e mi auguro che anche voi terrete il ricordo di questa sera, di questa festa, fino alla prossima che faremo di nuovo insieme. E quando pensate che fuori fa freddo e il tempo e' brutto e non vale la pena uscire, ricordatevi che se Vale fosse qui direbbe, c'mon, usciamo che Varsavia e' bellissima.

Poi ha parlato il Senator, ed e' finita che questa volta ha pianto lui.


E s'e' continuato a ridere, parlare, abbracciarsi e ballare, finche' l'orologio del forno ha lampeggiato le 03:33




13.11.14

Farewell speech

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appunto.


Vabbe', da qui a sabato sera due frasi in inglese per esprimere tutto
- senza mettermi a piangere,
- senza annoiare i presenti che avranno gia' fatto attenzione a quello del Senator,
- senza cadere nel poverinaiodime,
mi verranno in mente.

Intanto che gonfio100 palloncini e  taglio dozzine di stelle filanti da appendere al soffitto col patafix.
Perche', quando si nasce il 25 luglio e si passano tredici anni di scuola a partecipare a tutte le feste di compleanno altrui mentre poi per il tuo non c'e' mai nessuno, ogni scusa e' buona per fare festa.

7.11.14

Lutto da espatrio e Resilienza emotiva

102 comments:
La proposta inizio' a prendere forma qualche tempo fa, ma come sanno coloro che di mestiere fanno le expat spouses, quando ci sono di mezzo nuove offerte lavorative, la prima regola del Fight club e' che non si parla del Fight club, ne' con le persone che si possono incontrare di persona nello stesso luogo, per evitare che per sbaglio le parole arrivino nel giro del lavoro corrente, ne' con le persone care per non farle sperare o preoccupare inutilmente se poi non va in porto nulla, ne' sulla propria bacheca di fb per evitare entrambi i problemi di cui sopra. Una si ritrova un cuore gonfio cosi' di emozione e non puo' confidarsi con le persone piu' geograficamente o emozionalmente vicine, che sarebbero proprio quelle maggiormente in grado di capire il loro stato d'animo, che si tratti di trepidazione o di dispiacere.

Ieri e' stato reso pubblico il prossimo destino del Senator: non leggero' mai piu' le notizie d'economia allo stesso modo, ora che so sulla mia pelle cosa c'e' nella vita reale dietro ad un annuncio di una nuova carica lavorativa.

Andare via da qui per me significa perdere una dimensione che mi ha reso felice ogni giorno da quando sono arrivata. Qui, dopo gli anni di Bruxelles, Pavia e Ginevra in cui viaggiavo costantemente per compensare la mancanza di amicizie, di stimoli intellettuali, di impegni professionali,  sono tornata a essere felice pienamente, non ho dovuto esercitare virtuosismi da mezzopienismo. Avessi avuto pure i miei genitori vicino, sarebbe stato tutto perfetto, ma gia' cosi' e' stato un periodo della mia vita incredibilmente piacevole, interessante, ricco, ogni giorno.
Vecchie amiche e nuove amiche. E con tutte ci capiamo al volo, sempre.
Tempo per conoscere, per scoprire, per divertirmi.
Un ambiente urbano accogliente e stimolante per le mie bambine.
Tanti servizi per alleggerire le mie fatiche quotidiane.
Spazi di tempo sola con il Senator.

Ho ritrovato la mia identita': ora sono piu' grande,sono sposata, sono madre, finalmente pero' la mia vita qui corriponde all'evoluzione della vita che amavo, dieci anni prima quando ho lasciato Torino subito dopo la laurea.

Nel momento in cui si e' affacciata la possibilita' di un cambiamento lavorativo che avrebbe significato perdere questo mio nuovo mondo,  ho scoperto su me stessa come esista un sentimento, Expat Grief, lutto da espatrio, che a leggerlo sembra un'esagerazione, ma a viverlo non e' per nulla semplice.

E non e' solo perdere il mio mondo attuale, la mia dimensione all'interno di questo mondo.
E' anche sapere che questo mondo andra' avanti senza di me, nei  giorni in cui non saro' piu' qui. La citta' continuera' a crescere, i figli delle mie amiche continueranno a crescere, le mie amiche continueranno a vivere la loro vita, e io non saro' qui a condividere tutto questo e nulla, nemmeno le vacanze, nemmeno tornare a vivere qui tra qualche tempo, potra' ridarmi questo imminente futuro che non vivro' qui.
Nulla puo' ridare alle mie bimbe tutti i giorni che non hanno visto i nonni in questi quattro anni, anche se grande gioia e' stata nei giorni in cui li hanno visti.
Nulla puo' ridare a me e al Senator tutti i giorni in cui in nove anni che stiamo insieme, siamo stati distanti. Nulla puo' ridarmi tutti i giorni che non ho passato con le amiche che ho tra Torino e Milano dai tempi del liceo e dell'universita', con la mia amica conosciuta quando lavoravo alla Giuffre', con la mia amica conosciuta gli ultimi sette mesi a Ginevra.
Sono gia' cosi' tanti i giorni che accetto di non vivere con le persone che amo o a cui voglio bene, che accettare di perdere anche la mia vita varsaviese, anche solo per un tempo che forse tra cinquant'anni sembrera' stato un battito di ciglia, mi costa una fatica cosi' grande da non esserci ancora riuscita del tutto.

Il lutto e' la risposta complessa dell'essere umano al senso di perdita verso una persona o una cosa con la quale esiste un legame di affetto. Nell'elaborare questo sentimento, mi sono ritrovata nel classico schema di emozioni suddivise  da Kubler Ross in Negazione, Rabbia, Negoziazione, Depressione, Accettazione.

Non mi ha aiutato l'impossibilita' di parlarne immediatamente con tutte le persone con le quali avrei voluto parlarne, privandomi cosi' della possibilita' di piangere dal vivo con alcune persone che sapevo avrebbero potuto rincuorarmi  e darmi un' abbraccio vero.

Non mi aiuta il peso della responsabilita' verso le bambine e i nonni di imporre loro una distanza maggiore, colmabile con voli aerei come faremo, ma di fatto psicologicamente dura. Anche sette ore di fuso orario allargano la distanza dell'oceano.
Non ho mai creduto che fare gli expat sia un regalo alle mie figlie: avrebbero viaggiato comunque, se non da piccole, da studentesse,  avrebbero potuto imparato le lingue studiandole in ogni caso, come ho fatto io che ho imparato l'inglese fluente prima di aver mai messo piede in un paese anglosassone, sarebbero state felici di poter dare un abbraccio e giocare coi nonni ogni volta che lo desiderano. Parlo per me: noi  ci muoviamo per lavoro, per avere occasioni professionali migliori sia per contenuto che per remunerazione e conseguentemente avere un tenore di vita migliore. E' la nostra scelta di adulti, che ha conseguenze sia positive sia negative sulle bambine, non mi illudo che da grandi ricorderanno solo con gioia la loro infanzia, ci sta che ricordino con dispiacere l'aver cambiato tante volte scuole e amici, non aver visto nonni zii e zie, di sangue e acquisiti, quanto avrebbero voluto.
Infine, e' difficile elaborare il mio dolore senza turbare l'equilibrio di coppia, perche' ovviamente da questo nuovo lavoro ne beneficeremo entrambi in possibilita' ed esperienze, ma di fatto e' il suo lavoro, per il quale mi tocca abbandonare il mio mondo.


In questo mare di emozioni, un giorno la mia piu' cara delle nuove amiche, mentre stavo coi piedi affondati nella sabbia del playground  mi ha scritto: Vale io e te saremo sempre expat, siamo fatte per questa vita, non potremmo e non vorremmo fare altro. 

Ho ripensato a questa frase molte volte nelle settimane successive.
Ognuno paga il prezzo della sua passione: l'attore che si presenta a ogni provino e potra' sfondare o essere cassato. L'artista che si pone coi colori davanti alla tela e un giorno esce il capolavoro e l'altro una pennellata sbagliata ed esce una crosta.
Io ricomincio ogni volta da un posto diverso, portando dietro me stessa, un po' di bagaglio e il cuore pieno di persone che amo. E non ho sempre la garanzia che andra' bene, anzi so gia' che a volte e' andata bene e a volte e' andata male, come l'attore ai provini e il pittore nel suo studio. E' doloroso quando va male, ma non volevo fare una vita sempre nello stesso posto, ferma li' a far sempre la stessa cosa.

Pensavo che ormai a forza di ricominciare ci avevo fatto il callo e non avrei piu' provato difficolta' a staccarmi dal passato e a lanciarmi nel nuovo: fu durissima lasciare Torino per Pavia, non mi costo' alcuna fatica lasciare Pavia per Bruxelles, ne' Bruxelles per tornare a lavorare a Milano e stare dai miei a Pavia, ne' lasciare l'Italia definitivamente per Ginevra, ne' Ginevra per Varsavia.
Non avevo calcolato che avrei potuto trovare un posto cosi' speciale da diventare per me la mia nuova casa. E partire da casa, e' sempre lo spostamento piu' duro di tutti: sono di nuovo alla casella  d'inizio.

Per riempire i buchi delle parole che avrebbero potuto avere per me le amiche alle quali non potevo raccontare nulla, ho cercato su Internet, proprio come in passato ho cercato consigli per viaggiare con i bambini o per tradurre correttamente una sentenza dell'Unione da originale a lingua pivot.
E cosi' che ho trovato il filo che collega le esperienze di tante altre expat spouses che sperimentano il senso di perdita: l'emotional resilience.
E cercando una traduzione italiana, ho trovato conforto in questa di Pietro Trabucchi:

Il termine "resilienza" in origine proveniva dalla metallurgia: indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile. Etimologicamente “resilienza” viene fatta derivare dal latino "resalio", iterativo di "salio". Qualcuno propone un collegamento suggestivo tra il significato originario di "resalio", che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, e l’attuale utilizzo in campo psicologico: entrambi i termini indicano l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà.
La mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo "persistere" indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a "leggere" gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

In queste settimane in cui non ho scritto, ho messo tutte le mie energie nello sfruttare al massimo il tempo che ho ancora qui a Varsavia, nel cercare di accettare questo prossimo passo e sto facendo del mio meglio per diventare anche io una resilient expat, possibilmente prima di salire sull'aereo il prossimo primo dicembre con un marito, due bambine, due bagagli a mano, un passeggino, un monopattino e nove valigie di stiva.
Sull'argomento:
http://adaptingabroad.com/news/life-abroad/expat-emotional-resilience
http://www.theemotionallyresilientexpat.com/
http://expatriateconnection.com/warning-as-an-expatriate-you-may-suffer-from-this-condition/
http://en.wikipedia.org/wiki/K%C3%BCbler-Ross_model

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