17.11.15

L'Europa, Parigi, Io, Noi, Voi, Valerio, Riccardo

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Era venerdi' pomeriggio per me, stavo riportando le bimbe a casa dall'asilo.

Tra dieci anni me lo ricordero' come oggi mi ricordo dov'ero nel momento delle Torri Gemelle: ferma al semaforo tra Greenbriar e Holocomb, l'auto un po' inclinata perche' la gomma a destra ferma nel solito fosso di asfalto che mai ripareranno. Sbilenca appesa al volante con la destra e col cellulare in mano nella sinistra, avro' sempre questa immagine di me mentre leggo le parole di Anna che annunciano il terrore.

Incredibile, impossibile, atroce.

Vero.

Tornate a casa, le bimbe hanno giocato tra loro e visto cartoni su cartoni, prendendo dal frigo e facendosi pic nic.
Io ero imbambolata tra il telefono e il computer su cui scorrevano le notizie e soprattutto cercavo di contattare le persone che conosco a Parigi.

Un piccolo sollievo sapere che queste persone che conosco stavano bene.

Un enorme dispiacere per le vittime, i loro parenti, i loro amici.
Un enorme dispiacere per me stessa, perche' mi sento ferita e oltraggiata nella mia libera autodeterminazione.
Mi sento come se fossero arrivati i ladri e avessero fracassato tutto cio' che amo in casa mia, mentre io sono qua a migliaia di kilometri di distanza.
Parigi, la Francia, rappresentano per me un luogo non solo geografico ma anche mentale: la summa di tantissime idee, valori, abitudini, consuetudini che ho ereditato,  scelto e fatto mie nel corso degli ultimi 36 anni. Quello che io e mio marito definiamo the european way quando parliamo tra noi, perche' per noi l'Europa e' casa, e' radice, e' dove apparteniamo, e' l'acqua nella quale siamo pesci.
Mi sento ancora piu' isolata qua, adesso.



Sabato mattina la newsletter dell HuffPo titolava insieme agli attacchi in Francia che a Baltimora solo questi ultimi 11 mesi, 300 omicidi.
Questi, che sono i nostri piu' equipaggiati alleati d'occidente, s'ammazzano a casa loro a centinaia ogni anno in decine di citta' con la scusa del diritto costituzionalmente garantito a possedere armi. Ben piu' vittime tra loro che vittime per terrorismo.
Vittime di loro stessi.
Sono i nostri alleati ma la loro mentalita' e' per tanti versi assai piu' vicina a quella di chi ha voluto punire, con gli attacchi a luoghi di divertimento,  in modo esemplare la nostra mentalita' che include senza vergogna ne' puritanesimo la gioia di vivere declinata in liberta'.

Sembriamo fessi perche' crediamo nella libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali.

Sembriamo fessi perche' da quando e' finita la seconda guerra mondiale ci proviamo davvero a integrare decine e decine di popoli caratterizzati da storie, lingua, mentalita', mezzi economici differenti, pur con tanti errori, ci proviamo, lo facciamo.
Soprattutto noi cittadini, che intanto che i politici fanno decreti e direttive, viaggiamo, ci innamoriamo, ci sposiamo e facciamo bambini multilingue, multinazionali, multicuore.
Europei.
Da migliorare c'e' tanto, ma intanto siamo pur sempre uno dei posti migliori dove vivere su questo pianeta in quanto a diritti umani.
Tutti i morti prima di noi non sono morti invano: il messaggio l'abbiamo capito e implementato anche se ancora ci sono tante realta' brutte, bruttissime, da guarire sul nostro stesso continente.
Ma non sono morti invano.

Noi europei siamo debosciati perche' la sera dopo aver lavorato a casa o in ufficio o altrove usciamo alle nove per andare a cena con i nostri amici o con la nostra famiglia, persino coi bambini nel passeggino e ci mettiamo tranquillamente in mano un bicchiere di vino senza dover far vedere la carta d'identita' a nessuno, ci baciamo in pubblico,e se domenica salteremo la Messa non ci sentiremo in colpa perche' abbiamo lavorato tutta la settimana e abbiamo fatto tardi la sera prima con le persone a cui vogliamo bene, e tutto questo e' rispetto e celebrazione della vita che ci e' concessa. Sfruttiamo i nostri talenti, condividiamo amore con il nostro prossimo. Se poi non ci presentiamo all'appello dal prete, Dio comunque lo sa che ci stiamo rispettando la vita che ci ha concesso.
Si puo' anche dire che siamo troppo flessibili, che pieghiamo le cose a nostro piacimento.
Forse e' cosi', dipende dai punti di vista.

Ma di fatto la maggioranza di noi non pensa sia normale che si possa andare in giro armati ne' si possa fare del male al prossimo in nome di una religione.

Quando ero piccola ricordo di aver pensato qualche volta che sarebbe stato bello che a scuola non ci dessero sempre dei libri cosi' tristi da leggere: da Anna Frank alla Ragazza di Bube, da Se questo e' un uomo a I ventitre' giorni di Alba.
Lager e Resistenza, morti di religione, morti di guerra, tutti morti nostri, sulla nostra terra.

Per tredici anni di istruzione elementare e superiore.
Adesso mi rendo conto che e' anche grazie a tutti quei libri che sistematicamente cosi' tanti di noi europei abbiamo dovuto leggere a scuola, che per cosi' tanti di noi la differenza tra il male e il bene, l'inescusabilita' della violenza, il rispetto per la vita di tutti, aldila' dell'etnia e della religione, e' ovvia.

Non riesco a trovare un filo preciso di tutto questo fervore dentro di me.
Sto scrivendo ad alta voce.
So solo che amo l'Europa come se fosse una persona vera, fisica, da abbracciare in questo momento. Come se fosse il mio babbo.

Mia madre questo sabato ha dipinto meglio di quanto io possa scrivere.
L'arte figurativa e' davvero una grazia per liberare le emozioni.

In questo momento di tragedia collettiva, alcune persone a me vicine stanno vivendo tragedie familiari. Un dolore amplifica l'altro.
Valeria ha perso la cognata, mancata nel deragliamento del Tgv Parigi  - Strasburgo
Simona ha perso lo zio, per lo stesso male che ha portato via il mio babbo.

E in tutto questo pero', sorridono Leon, Elenoire, Giordano, Luigi e tantissimi altri bambini.
Ai quali oggi si aggiungono Valerio e Riccardo: benvenuti piccoli, vi auguro di essere amati tantissimo!







13.11.15

Interpost - Da Boston a New York

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New York per la crew di noicinque e' cominciata sul binario interrato della stazione ferroviaria di Boston.
Laggiu' nella penombra, avvolti da rumori misteriosi che rimbombavano tra i mattoni a volta, la  bella citta' sopra di noi sembrava lontanissima, sparita.
O meglio, eravamo spariti noi, sospesi in un non luogo,tra Boston e New York.
Il Senator mi aveva preparto al peggio riguardo ai treni americani: lentissimi, niente da mangiare a bordo, poco puliti.. sempremegliochetrenitalia ma non ti aspettare i compartimenti insonorizzati per famiglie, il bagno col fasciatoio e le insalate fatte fresche al momento dallo chef  come  sull'intercity da Katowice a Varsavia questa estate.
A me poco importava, aspettavo semplicemente un treno per andare a New York, ma a un certo punto non arrivava nemmeno quello.
Mentre attendevamo tra gli archi  sempre piu' cupi, senza nessun pannello che spiegasse arrivi o partenze, cercando di captare il senso di annunci cosi' biascicati che nemmeno i nativi li' presenti capivano, ho pensato per un attimo di risolverla alla Hogwart: bambine, prendiamo la rincorsa e fiondiamoci contro il pilone al centro della banchina.
Proprio in quel momento il treno si e' materializzato e noi eravamo pronti e scattanti secondo la procedura di immissione nel vagone stabilita dal Senator: prima sali tu (col bimbo appeso), poi ti passo la grande, poi la piccola, poi ti passo le valigie, poi entro io con i passeggini.
Se non fosse che una gigantessa bionda mi ha acchiappato per una spalla, tirato giu' dal vagone a forza e spiegato che dovevo seguirla per andare in fondo al treno perche' non potevo salire sul quiet wagon con i bambini. Mentre io e il Senator eravamo gia' pronti ad azzannarla con la nostra rodatissima filippica in terra houstoniana sulla Liberta' e i Diritti Umani dei portatori di prole e della prole medesima a non essere ghettizzati, la Gigantessa ci ha mostrato i quattro posti con tavolino in mezzo che ci aveva riservato a inizio di quella carrozza, con spazio extra per mettere i passeggini oltre alle valigie.
Ci aveva fatto chiaramente un favore, percio' ci siamo rimessi in tasca la filippica e abbiamo ringraziato.
Dopo esserci installati, ho visto altri passeggeri col bicchierone di carta fumante di caffe' e ho spedito il Senator in avanscoperta: nonostante la sua cautela nelle aspettative, eravamo sull' Acela Express, il treno piu' moderno degli Usa.
Viaggiare in treno per me e' il meglio.
Quando non ero madre, in treno incontravo sempre persone dalle storie interessanti (beh, anche in aereo a dire il vero, ma ho paura di volare quindi mi rilasso di piu' in treno) oppure leggevo,e il rumore del treno teneva il tempo delle parole.
Adesso viaggiare in treno significa anche rincorrere, dire non toccare/leccare/appoggiare che e' sporco, cambi di pannolini rocamboleschi in assenza di fasciatoio, ma nonostante queste piccole fatiche, anche le bimbe iniziano a condividere con me cio' che preferisco di questo mezzo: guardare fuori dal finestrino il mondo che va velocissimo e cogliere in quei pochi secondi piu'dettagli possibile.

Il treno che scende dal Maine a Washington per molti tratti corre proprio sul filo delle sponde, dando la sensazione di scivolare sull'oceano. Un bellissimo sole incendiava gli alberi gia' vestiti dei colori autunnali e tra una foresta e l'altra si alternavano le piccole baie di oceano contro spiaggette di sabbia dorata e piccoli scogli. Case come quelle nelle foto patinate degli Hamptons e di Martha's Vyneyard. Fari. Casette come quelle dei quadri di Hopper. Gli scorci si susseguivano incorniciati dalla finestra del treno, raggiungendo l'apice della bellezza tra Rhode Island e New Haven (Connecticut).

Mentre osservavo tutto quel rosso oro e blu scintillante, mi sono sentita dire: se rimaniamo negli Usa mi piacerebbe tornare qui e vedere questi posti.

Guardando Leo aggrappato saldamente al suo bar, cioe' me medesima, mi e' venuto in mente quando tenevo tra le braccia Bea, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Lione per andare a fare il suo primo passaporto. Era poco meno di cinque anni fa e andare in treno sembrava un'avventura pazzesca: avevo dietro una borsa enorme con tutto il necessario per ogni evenienza possibile o immaginabile.
E poi Ali, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Parigi per andarcene a fare un weekend lungo di novembre che sapeva gia' di Natale: c'era una borsa appesa al maclaren di Bea con quasi tutto il necessario per la sopravvivenza di entrambe.
E ora siamo io e Leo e loro due  e uno zainetto con dentro un po' di pannolini, un po' di salviette,due mandarini e per il resto ci si arrangia.
Non solo me lo ricordo, ho addirittura una foto di me con loro,che si sa, sono sempre le mamme che fotografano.

Mi fai una foto con lui che si veda siamo in treno?
Okay
Sai, per tradizione.

Durante il viaggio la Gigantessa, che abbiamo scoperto essere il controllore del treno, e' venuta una mezza dozzina di volte a parlare con le bambine, estasiata dal loro multilinguismo, offrendo a sua volta un repertorio di canzoncine  in francese molto apprezzato dalle Ice e raccontandoci che le dispiaceva che sua madre, siciliana immigrata a New York dopo la guerra, non le avesse voluto insegnare l'italiano. Ci ha raccontanto dei matrimoni misti nella sua famiglia, del suo periodo di vita all'estero quando le sue figlie erano piccole. Il suo interesse verso le bambine e il desiderio di raccontare la sua esperienza rivedendosi un po' in noi qualche anno fa, mi ha colpito: in un mare di so adorable so cute e' un evento che un'americana voglia davvero dire qualcosa e ascoltare nell'ambito di una casual conversation tra estranei.
Ci ha scortato all'uscita dal treno e si e' congedata da noi solo quando e' stata certa che non avevamo bisogno di ulteriore aiuto nel salire verso l'atrio di Penn Station.

Ho guardato in alto verso il Senator, mentre le scale mobili ci portavano su.
Ho sentito il mio battito accelerare.
Stavo per vedere New York per la prima volta con i miei occhi.




10.11.15

La nostra crew a Boston

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Quando si gira con due mani e tre figli sotto i cinque, il risultato e' vicino a zero foto.
Percio' in attesa di scoprire quali momenti il Senator ha deciso di fermare nel suo aifon, scrivo di questa nostra prima vacanzina in cinque in un posto nuovo, a zonzo da turisti, almeno io che a Boston e a New York non c'ero mai stata.

Stasera prima di accingermi a scrivere ho dato una scorsa al blog.
Quest'anno ho scritto poco e di cose poco belle:
quanto mi manca la mia vita di prima,
quanto non mi arricchisce la mia vita a Houston,
le preoccupazioni durante la gravidanza di Leo,
la malattia e la scomparsa di mio padre.
In cosi' tante parole spese per dipingere lo sconforto, la paura, la tristezza, non so se ho dato abbastanza spazio all'amore che ho pur provato ogni giorno per colui che in questo posto mi ha portato e che dal primo momento che siamo arrivati ha fatto del suo meglio per sostenere me e le bambine, conscio del sacrificio chiestoci.
Vale, andra' tutto bene, nessuno ci porta via Varsavia, la nostra casa, i nostri amici.
E poi per sostenermi mentre perdevo la testa sulle paure di toxo congenita e percentili.
Vale, andra' tutto bene, si e' sbagliato il dottore, sicuramente hai ragione tu sulla data di inizio
E poi per sostenermi nel dolore piu' grande che ho affrontato fino ad oggi nella mia vita.
Vale, ce la fara', io ci credo fino all'ultimo.
Eravamo qua, in un pomeriggio di sole di settembre estivissimo, le bimbe sguazzavano e lui disse che lo aspettava un tirocinio a ottobre, avremmo potuto raggiungerlo per qualche giorno  a Boston e poi passare insieme il weekend a New York.
Mio padre era ancora vivo,  eravamo ancora fiduciosi che la prima chemioterapia avrebbe avuto buoni risultati, che avrebbe rallentanto questo treno di dolore che accelerava ogni giorno di piu'.
Guardai il cielo azzurro sopra di noi e per un momento mi sentii il cuore nuovamente leggero: viaggiare, andare a vedere posti nuovi.
Mi ha sempre reso felice andare in nuovi posti, e' anche per questo che ero cosi' arrabbiata con Houston fin dall'inizio.
Si, si, che bello.

Non mi sono nemmeno posta il problema della spedizione da sola con loro tre per raggiungere lui.
La mia mente stava gia' proiettando  Ally che usciva dall'ufficio e vagava a piedi in un  cappotto fighissimo diverso ogni sera sotto la neve e le lucine  a Boston.
A piedi. E mille spezzoni di film di New York, la citta' che forse ho piu' visto crescendo a pane e cinema, senza esserci mai andata.

Invece le cose sono andate diversamente.
Il primo viaggio da sola con loro tre l'ho fatto per tornare dall'Italia  a Houston, dopo aver detto addio al mio babbo, tre settimane dopo quel pomeriggio a bordo piscina. 19 ore, di cui 3 di scalo.

Fino alla  partenza del Senator non sono riuscita nemmeno a pensarci, che ci aspettava un viaggio, una vacanza, un occasione di gioia. Ero troppo chiusa nel dolore, nella rabbia.
La disperazione delle bimbe nel vedere il padre partire pero' mi ha obbligato a rivelare: tra due giorni partiamo anche noi! 
Abbiamo tirato fuori la mappa, visto dove andava il tato, dove saremmo andati noi.
48 ore di domande su cosa avremmo fatto, cosa avremmo visto, e soprattutto la faccenda fondamentale: a Boston ci sono i parchi giochi?

Abbiamo stipato la valigia di felpone, sciarpe, guanti, berretti. Quando arrivammo l'anno scorso dai menosette di Varsavia, giravamo ai piuquindici di Houston in maglietta a manica lunga, ora ci apprestavamo  ai piuquindici della East Coast intabarrati come orsetti.

Quando sono scesa dall'aereo tenendo per mano le bimbe e con appeso al collo nell'Ergo il bimbo, m'e' sembrato di esser senza bagaglio in tutti i sensi. Non mi sentivo cosi' leggera da quel giorno in cui babbo mi venne a prendere a Linate dopo la traversata da Houston col pancione e le bimbe: ritrovandolo cosi' magro e con il viso contratto dal dolore che provava, capii che qualcosa non andava e poteva esser qualcosa di grave. Erano passati 4 mesi esatti.

Ho respirato a fondo e ho cercato il filo del gomitolo della gioia che da troppo tempo rotolava da solo nella mia testa senza lasciarsi acchiapare. Le bimbe correvano piene di gridolini, non vedevano l'ora di ritrovare il tato. Partito da quarantotto ore. A pensare che per tre anni e mezzo lui sia stato via piu' del 60% del tempo, sembra incredibile che fossimo cosi' abituate all'assenza, alla distanza, alla mancanza.

Che buffo ritrovarci tutti nei nostri cappotti della vita ante Texas. Fuori dalla sala del ritiro bagagli avrebbe potuto esserci Torino, Ginevra, Varsavia, Parigi, Londra, Milano..
C'era l'Autunno fuori.
Quell'aria che punge il naso e sei contenta di avere il berretto e i guanti che la sera il vento e' freddo.

Quando siamo usciti dalla scala della metropolitana avevo il fiato sospeso: prima ho visto il cielo buio della sera, poi un grattacielo antico illuminato che risplendeva dei suoi bassorilievi, un grattacielo moderno li' accanto che se ne stava buio per non disturbare l'estetica del suo vicino antico, delle colonne in stile neoclassico di un palazzo di cui si intravedeva uno spicchio e avanti un edificio di mattoni a vista con un bel tetto in stile..non lo so,ma non sembrava antico, lo era. E l'aria pulita del mare d'inverno.

-Quello e' il nostro hotel

-Il grattacielo bello o quello moderno ?

-Quello bello,amore

-Davvero?!

Ora, io normalmente non ho pretese di accomodation. Per me qualsiasi prenotazione che metta insieme prezzo ragionevole luogo pulito e logistica comoda, va bene. Ma l'idea di stare dentro a un grattacielo antico di almeno, a occhio, piu' cento anni, quella sera mi ha colto di sorpresa e travolto di gioia.

La volta a mosaico dell'ingresso, restaurata a nuovo, porta il numero 1889. L'anno in cui fu costruito questo che ho scoperto essere allora il primo grattacielo di Boston.

Tutto l'albergo e' arredato seguendo uno stile moderno che valorizza i dettagli e la struttura antica.
Insomma un posto bellissimo e anche molto romantico, percio' a piombare li' sudaticcia e spettinata con tre nani ho avuto un attimo di esitazione. Invece erano tutti gentili.
E non solo parole, perche' in camera ho trovato un lettino bianco di metallo bellissimo per il nostro piccolo e, novita' per me, una di quelle seggioline di plastica per fare il bagnetto, che si incastrava perfettamente nel lavandino del bagno, unitamente a una quantita' di asciugamani che sarebbe bastata per un battaglione e un set di bagnoschiuma lozione detergente e talco per nani viaggiatori. Il frigo era grosso abbastanza per ospitare un gallone di latte nel mezzo dei vari liquorini e lattine di soda.  Insomma,l'hotel bello ma con l'anima per la madre convoglio in cerca di europeitudine.

Siamo riusciti poco dopo. La gioia incontenibile di  passeggiare alle nove di sera  dopo ore di volo, con addosso un bambino nel marsupio, spingendo una figlia addormentata in un passeggino per camminare accanto a lui che spingeva l altra figlia addormentata nell'altro passeggino, perche' evviva e' buio ma possiamo uscire a piedi, girare tra gli alberi e gli stagni del parco ed e' pieno di gente normale in giro e persino gli homeless davanti al seven eleven ci sorridono e ci fanno i complimenti, come in un film di F. Capra. I miei occhi catturano scorci di architettura di cento, duecento, trecento anni fa. Quella stratificazione di arte, di stili, che era cosi' ovvia nel paese dove sono cresciuta, ma che ho imparato ad apprezzare per difetto andando a vivere prima nei posti dove le guerre hanno distrutto tutto  e poi in quelli dove nulla del genere e' mai stato costruito.

Boston, Urbe condita 1630.
E si vede, e si sente.

Il mattino dopo e' suonata la sveglia di colui che doveva andare al training.
Ho guardato la sua mappa e ho pensato a quante cose avrei voluto vedere nei tre giorni a venire.
Camminare e camminare e camminare.
E poi ho ascoltato i respiri pesanti dei tre.
Che dormivano ancora.
E mi sono riaddormentata pure io, che tanto uscire due ore dopo non cambiava nulla perche' quando si cammina una con tre, non si riesce mai a vedere tutte le cose che si vorrebbero vedere, tanto vale accettarlo e prendere quello che viene, ovvero dormi quando dormono, portali in giro quando sono svegli.

Finalmente pronta per uscire, con bimbo immarsupiato nella sua tutina orsetta e figlie scafandrate una per mano,  sono andata  a chiedere una mappa per me e il ragazzo della reception mi ha sorriso divertito dicendo : You've got quite a crew. 
E' vero, siamo proprio una crew ormai, potremmo andare in giro con delle divise,e non escludo che un giorno, tanto per bisboccia, lo faremo.

Attraversata la strada dopo aver sospirato d'amore per
1) il semaforo per il pedone che se lo schiacci diventa subito verde
2) le strisce alle quali le auto si sono fermate prima ancora che schiacciassi il bottone del semaforo per il pedone
mi sono diretta con la crew al parco.


Perche' ora la normalita' di poter andare al parco giochi, prendere cappuccino e brioche al bar quando inizia a piovere, poi uscire di nuovo e fermarsi a guardare portoni e architettura e le cose nelle vetrine e raggiungere il Senator per pranzo, tutto a piedi, e' il nuovo lusso, quello che si puo' fare in vacanza e non nella vita quotidiana.

Abbiamo camminato fino ad avere i mignoli dei pieidi viola, tra foglie rosse, studenti che camminano parlando di filosofia, scoiattoli, ottone scintillante, mosaici e lastroni di pietra, sorrisi sdentati di mendicanti e di  professionisti impeccabilmente vestiti, in entrambi i casi prodighi di gentilezza verso il nostro convoglio.

Mi piace quando in un posto colgo dei segni.
Passare davanti a un negozio di antichita' e in vetrina c'e' un quadro con la pubblicita' del vermouth Martini & Rossi, Torino, con una donna di bianco vestita.

Mi piace quando in un posto mi sento subito a casa.
Trovare il bar dove so gia' che poi tornero' ogni giorno per colazione

Mi piace quando in un posto riesco a entrare nel flusso dei suoi abitanti. Gironzolare per il campus di Harvard come tanti studenti che furono e che saranno, come la dottoressa che mi segui' per la tesi e mi incepto' al dottorato.

Mi piace quando scopro un'abitudine locale e la faccio subito mia. Gli attraversamenti pedonali in diagonale. Scatta il verde per i pedoni da tutti i lati e il rosso per le auto da tutti i lati. Un minuto e tutti coloro che avrebbero dovuto aspettare due semafori per spostarsi da A a B a C, sono invece passati da A a C direttamente.

Mi piace quando indovino i buchi per mangiare buoni e semplici, dove vanno le persone normali e il cibo cinese te lo fa una signora cinese che nonostante siano 40 anni che e' li' in cucina, parla ancora solo cinese e cosi' posso ricordarmi di ricordare bai mi fan, xie xie e quelle altre 4 cose che imparai.

Non sono una di quelle che si compra le magliette col logo o coi nomi farlocchi delle uni, ma a sto giro ho ceduto all'acquisto goliardico tamarro. Potranno dire di esser andati ad Harvard, almeno per una sera nella loro vita da piccoli, e poi chissa'.

E poi l'aria di mare, l'oceano.
L'odore del vento sull'Atlantico si infila nelle strade, tra i palazzi costruiti grazie allo splendore mercantile ..il porto di Boston e' i luogo dove  arrivarono i radicali religiosi che divennero americani, gli inglesi che divennero nemici, gli irlandesi disperati dalla carestia che da sopravvissuti divennero vivi e contribuirono a costruire questa citta' che inizialmente non li voleva perche' erano troppi, portavano le malattie ed erano poverissimi. E poco piu' di cento anni dopo uno dei figli dei figli dei figli di quegli scappati dalla carestia divenne Presidente. Quel Presidente, che fu fatto fuori perche' si che era transformational davvero. E poi gli italiani, i polacchi, i russi.
Una citta' cosi' densa di mura, di architettura, di statue e alberi e fontane e luci, che non puo' essere scissa dall'umanita' che l'ha creata ed animata fin dall'inizio a ora.  Una citta' per davvero, insomma, come le nostre. Non una citta' per uominimacchina per fare un paragone nulla a caso.

Dopodiche' abbiamo preso il treno per New York e dal finestrino ho visto quegli scorci di sole tagliente sull'azzurro dell'Atlantico, quando l'oceano ricama con le onde contro le coste frastagliate, riempiendole di  piccole baie, lambendo case divorate dalla luce come nei quadri di Hopper.

E fu cosi' che ho avuto la prova provata di quel che temevo: se in America mi avessero mandato da un' altra parte, non l'avrei rifiutata in blocco. Perche' di grazia umana, urbana e naturale, su questa costa Atlantica, ce n'e'


15.10.15

In una galassia lontana lontana

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 Volevo arrivare in tempo e mi e' stato concesso.
Volevo rispondere quando sarebbe arrivata la telefonata.
E invece stavo dormendo,
il sonno profondo che non raggiungevo da giorni.
All'albeggiare mi sono alzata rintontita come al solito, richiamata dal piccolo che aveva fame.
Ho preso il cellulare pieno di notifiche di chiacchere da altri fusi e ho cominciato a guardarle tutte una per una.
Le notifiche delle emails.
Poi ho visto le tre chiamate che avevo lasciato senza risposta.
Era successo.
Ho richiamato.
Li',com'ero,sul divano marrone che ci hanno dato e io odio il marrone e quel divano,  con Leon appiccicato addosso che tirava, il sole incorniciato dalle finestre a quadratoni.
La voce di mia mamma cosi' simile alla mia.
E' arrivato anche lui vicino a me, aveva capito.
Poi siamo tornati a letto e il grido sordo e' uscito, le ennesime lacrime, questa volta perentorie.
E' finita. Lui non c'e' piu'.

- Mamma, oggi e' festa!
La sua voce squillante e allegra, gli occhi azzurri scintillanti. Tutto il suo corpo asciutto e scattante vibra di emozione per la giornata che l'aspetta.

Il suo quinto compleanno e' stato tre giorni prima,ha avuto la sua prima festicciola non organizzata da me.
In assenza di famiglia e amici come gli anni scorsi, fortunatamente ci hanno pensato le maestre dell'asilo.
Quel mattino complice il cambio di fuso ci siamo svegliate entrambe alle cinque e abbiamo preparato insieme sette pizze da portare a scuola, poi avrebbe fatto la torta la' con le maestre e soffiato le candeline al suono di Happy Birthday anziche' Sto Lat e Tanti Auguri.
- Mamma ma quando facciamo festa con Tato e Ali e Leo?
- Venerdi' che Tato non lavora, faremo festa tutto il weekend,promesso.

Dobbiamo riuscire a farti festa, dobbiamo riuscire a continuare ad essere felici e non farci sopraffare dalla tristezza, perche' e' cosi' che hanno sempre fatto anche i miei e il mio babbo non vorrebbe saperci tristi tutto il tempo,non vorrebbe che Bea non avesse un compleanno felice.

-Mamma,il nonno ancora non sta bene?
-No amore.
- E perche'?
- Non tutte le malattie possono essere guarite.
- Perche'?
- Perche' gli scienziati non hanno ancora scoperto tutte le medicine.
- E perche'?
- Perche' ci vuole sempre molto tempo per fare le scoperte
- E perche'?
- Perche' e' cosi'.
Che lo odia,quando lo dico.Perche' mi arrendo, e' la verita'.

- Mamma! Ho fatto il giro cinque volte intorno al sole e ho spento cinque candeline! Ora ho cinque anni!
- Ti e' piaciuta la tua festa all'asilo?
- Si,ma poi voglio fare festa con te,con Tato e Ali e Leo.
- Si amore.
Dobbiamo riuscirci.


- Mamma, oggi e' festa!
La sua voce squillante e allegra, gli occhi azzurri scintillanti. Tutto il suo corpo asciutto e scattante vibra di emozione per la giornata che l'aspetta.
La  sue parole tagliano lo spazio attravero le stanze piene del sole estivo di questo posto senza stagioni. Vorrei che oggi piovesse, fosse freddo e tutto intorno a me assorbisse il mio dolore.
Invece e' venerdi', il cielo e' azzurro, e lei vuole festeggiare con noi.

"C'e' un solo modo di fare le cose, farle"
Me lo dicevi sempre da piccola,poi abbiamo cominciato a dircelo a vicenda, sorridendo complici.

- Si,oggi e' festa!
Un passo alla volta. Un pensiero alla volta.
Mi guardo intorno, trovo lui.
Nella gioia e nel dolore.
Quanto mi sei stato vicino in queste settimane di speranza e di rabbia, di gioia per l'arrivo di Leon e di paura che il mio babbo partisse.
- Si,oggi e' festa! ripete lui in polacco.

-E' festa e' festa,di Bea e anche di Ali.
Si e' svegliata anche lei, la nostra Pupazzina.
Tutti sul lettone,baciati dal sole.
Un immagine cosi' felice, una sensazione viva di calore,di amore.
E contemporaneamente mi sento lontano anni luce da loro, da me.

Un passo alla volta. Un pensiero alla volta.


Bea- Mamma perche' piangi?
- Bimbe, il nonno non stava bene e adesso ha lasciato l'ospedale ed e' in Paradiso.
Bea- E dov'e' il Paradiso?
- Sopra le nuvole, nel cielo in alto in alto dove ci sono le stelle.
Bea - Il nonno sulla stella sta meglio?
- Si amore
Ali - E quando torna dalla stella?
- Non torna, d'ora in poi ci vedra' da lassu' e noi dovremo parlargli da qui
Ali- Mamma, mi dispiace che il nonno non e' stato molto bene.

Balli e salti attutiti sulla moquette,  giravolte nell'acqua come le silene,  il pesce preferito e tanti abbracci, come sempre, piu' di sempre.

- E domani cosa facciamo? chiedono in coro
- Torniamo al museo del razzo spaziale, come avevate chiesto.

- Com'e la NASA?
E io a raccontarti delle cose che avevo imparato, tu annuivi che meta' gia' le sapevi ma ti piaceva ricordarle di nuovo e l'altra meta' ti entusiasmavano come se fossimo tutti piccoli uguale.
- Sai,e' l'unico motivo per cui mi piacerebbe davvero tanto che veniste a Houston a trovarci.
- Eh, magari l'anno prossimo se tua mamma si sente in forma.

Si spengono le luci nella sala e parte il filmato con le immagini di repertorio
Guardo il profilo di Bea e mi ricordo di quando seduta in auto vicino a te mi accompagnavi a scuola e mi raccontavi di dov'eri quando e' sbarcato l'uomo sulla luna.

Lo scienziato spiega al pubblico di genitori e bambini come funziona la pressione atmosferica e ricordo quando mi spiegavi le cose scientifiche con parole semplici, la tua voce da attore radiofonico.

- I need one of you little people, a volunteer to come here on stage
- Io! Io!
Mi sorprendo a vedere Ali salire sul palco decisa, poi una piccola esitazione,un sorriso di emozione al pubblico.  E' sempre stata la timida delle due.
Ce la fara'?
-Whats your name?
- Ali!
- Ali?
- Yes, its my name.
Si, ce la fa.
- Okay Ali here's the experiment we are gonna make together...
- I did it! Io ho fatto,mamma!
Mostra orgogliosa il braccialetto che le ha dato lo scienziato,la sua vittoria del giorno.

Vi accompagno immersa nei miei pensieri,  mentre con il Tato simulate di guidare su Marte, volate intorno ai buchi neri, vi intrufolate tra moduli e cabine spaziali. Mille perche', mille' risposte. Soddisfattissime.

Tocchiamo la luna, uno degli otto pezzettini al mondo che sono a portata di mano del pubblico.

Avevi passato l'esame per entrare a Pozzuoli, studiavi ingegneria, forse saresti stato davvero un astronauta, in un altro futuro

Ti sarebbe piaciuto essere qui con noi oggi.

Mi emoziono sempre alla Nasa: pur capendo poco di scienze e ancor meno di matematica, l'idea dello spazio mi carica di ispirazione nell'universo e fiducia nelle capacita' della mente umana di compiere per davvero l'incredibile. Ne esco sempre con gli occhi lucidi.

Dopo sei ore di esperimenti e filmati e astronavi, brandiscono le  loro prime barbie.

Al ritorno ormai la cantiamo tutti a pieni polmoni Mam te moc, l'ho imparata anche io.

Piango.
Non eri con noi oggi, e non verrai mai a Houston, non sarai mai piu' con noi di persona.
Sara'sempre cosi' d'ora in poi, sarai sempre una voce nella mia testa, un viso nella mia testa.

-Che bella festa, mamma! E domani cosa facciamo? chiede Bea
- Ci divertiamo ancora. E facciamo serata cinemino, come quando io ero piccola con il nonno e la nonna.
- Cos'e' il cinemino?
- Guardiamo un film tutti insieme e facciamo pic nic anziche' mangiare al tavolo.
 -Mamma, il nonno ora sulla stellina sta meglio? chiede Alice
- Si amore, ora sta meglio.

Quante volte ho visto dal sedile dietro la mano di mamma appoggiata sulla tua,mentre tenevi il cambio.
Qua il cambio e' accanto al volante, per cui ci stringiamo la mano sul carabottolo in mezzo a questi due sedili che e' un porta tutto gigante.


Una vestita col pigiama  di Batman e l'altra con quello dell'Uomo Ragno.
Miracoli di Halloween al supermercato.

- Mamma cosa state facendo? Perche' fate il buio alle finestre?
- Perche' facciamo il cinema qui a casa.
- E noi andiamo a guardare i cartoni di la'?
- No, guardiamo un film tutti insieme sullo schermo gigante
- E che film e'?
- E' un film nello spazio
- Come dove c'e' il nonno sulle stelle?
- Si

Un milione di perche' accompagnano la prima avventura di Luke, Han, la Principessa Leia, D3BO e C1P8.
Alla fine Bea applaude e mi spiega che il Nero cattivo fa sparire il Nonno Jedi  ma lui non e' davvero morto perche' e' nella Forza e parla dallo spazio a Luke che lo sente quando ha bisogno di aiuto.

Siamo anche andati a Messa al mattino, ma sono sicura che a te babbo, l'idea di essere diventato uno dei Nonni Jedi, garba di piu'.


********
Nel dicembre del 1978 al Cinema Manzoni di Milano davano Guerre Stellari, lo so perche' me l'hanno detto due che ci andarono una di quelle sere di freddo milanese e non sapevano ancora che io sarei arrivata quasi nove mesi dopo.

2.10.15

Avanti, Indietro, In tondo

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Manca poco, il cielo piange piu' di me e di mamma.
Le bambine sono dispiaciute e preoccupate perche' nonno non sta molto bene, ma l'urgenza della loro vita, di giochi, ridolini, corse, pranzi merende cene, tute da smacchiare, richieste di matite colorate, trecce da fare e rifare, e' come un fiume in piena inarrestabile, anche davanti al desiderio di fermarsi un attimo a respirare il dolore anziche' stare in apnea a disbrigare una faccenda dietro l'altra.
Quante faccende disbrigavi babbo, dal mattino alla sera, con metodo e precisione ma passo leggero e sorriso tranquillo, non sei mai stato uno di quelli che faceva facendolo pesare.
Quanto odio guardare quei numeri e realizzare nero su bianco con i miei stessi occhi che negli ultimi due anni della tua vita hai lavorato ore e ore e ore ogni giorno solo per pagare tasse, bolli, assicurazione auto, autostrade e le rate dei prestiti presi per coprire gli anni piu' difficili della crisi del 2008. Avresti potuto gia' semplicemente fare il pensionato. E invece hai lavorato fino al giorno prima di non riuscire davvero piu', per lasciare le cose a modino per me e mia mamma, per portare a termine le tue responsabilita'.
Ho sempre pensato a me come a una vecchia quercia, ho sempre voluto per prima cosa proteggere tua madre e te.
Lo sarai per sempre babbo, la mia vecchia quercia.
E' tutto cosi' ingiusto, cosi' inspiegabilmente ingiusto.
Sei un uomo buono, onesto, generoso.
Non doveva finire cosi. non cosi' presto, non cosi' velocemente
Dovremo impare a pensare a cio' che e' stato di bello e non a cio' che non sara'.
Per forza.
Alla fine meno male che il fiume in piena mi travolge e non riesco quasi mai a fermarmi per respirare questo dolore, perche' non ci sono risposte, non ci sono ragioni, e si sta solo peggio.
Mi aggrappo alle cose che facevo sempre prima, non riesco a farle tutte come vorrei, ma mi dico che e' importante cercare di farle lo stesso, per rimanere appesi a un legnetto nella corrente e cercare di stare a galla.


21.9.15

In tempo

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I miracoli, grandi e piccoli, a volte accadono.
Non so se questa volta ne accadra' uno, grande grande, proprio a lui, in tempo.
Da una parte dispero fortemente ormai, dall'altra non mi arrendo che possa finire cosi'.
Un messaggio al mattino presto, poche ore per organizzarci e poi il volo di 12 ore, 4 ore di scalo, un altro volo di 2 ore e  mezzo, ritirare i bagagli, prendere l'auto a noleggio, due ore da malpensa a casa dei miei, dormito poche ore e poi l'ospedale.
Per l'intanto, siamo partiti tutti e cinque insieme per riabbracciare il mio babbo.
Ieri siamo arrivati in tempo
E poi anche oggi  siamo arrivati in tempo.
Mi sono stretta a lui mettendo la mia testa, ora cosi' enorme e pesante contro il suo torace diventato cosi' irreale, come ho fatto fin da piccola migliaia di volte, da quando la mia testa era cosi' piccola da stare tutta nella sua grande mano.
Anche oggi le bimbe gli hanno sorriso e con le stelline negli occhi hanno cinguettato allegre Ciao nonno, ti voglio bene, ci vediamo domani.
Anche oggi siamo stati insieme.
Stasera il Senator riparte per tornare al lavoro, io resto qui, dalla mia mamma, con le Ice e Leoncino.
Che mi stiate scrivendo, telefonando, registrando messaggi vocali, grazie.
Per ora, siamo tutti in tempo.
Domani chissa'.

9.9.15

Le P'tit bonhomme.

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P'tit bonhomme.
Piccolo omino.
Ti hanno chiamato cosi' tutti, dal chirurgo alle infermiere, da quando sei nato a quando siamo usciti finalmente in cinque, dall'ospedale, nel sole di un luglio bruciante dove quaranta gradi facevano sciogliere tutti ma erano giusti per te che non dovevi perdere una caloria, intabarrato in un pigiamino di ciniglia spessa e in un cappellino bianco taglia mini mini che invece ti scivolava comunque sugli occhi, cosi' grandi sul quel visino sottile.
Sei stato tirato fuori troppo presto perche' di questi tempi gli algoritmi contano piu' di quello che dicono le mamme: la tua carriera di futuro uomo grande e grosso e' quindi cominciata da subito, millilitro per millilitro di latte, ora dopo ora di contatto tra la nostra pelle. Mentre scrivo queste parole accarezzo con gli occhi le tue coscette finalmente tornite e le tue guance rotonde che ora contornano un musetto da furbastro tra i tuoi occhi svegli e i primi sorrisi consci che ci regali.
Sono passate 6 settimane, piu' di un kg e mezzo e a giudicare dalle tutine almeno sei centimetri.
Due giorni fa abbiamo attraversato l'oceano  insieme per la prima volta, tutti i passeggeri passavano a guardarti, sorridevano e chiedevano se eri appena nato, ma io adesso non ho piu' paura che tu sia troppo fragile, non ho piu' timore d non aver saputo proteggerti meglio dai medici che ti misuravano mentre eri dentro di me e non racconto nemmeno piu' del perche' sei cosi' piccolino.
Non sarai piccolino per sempre, l'ho imparato con le tue sorelle, tutti voi non importa quanto piccoli eravate all'inizio, quando vi ho visto la prima volta, crescete e diventerete grandi, e allora mi godo questa tua misura da fagottino contro il mio petto, queste tue manine che stringono con forza il mio dito nonostante siano cosi' leggere. Che hanno sempre stretto con forza, anche la prima volta, quando sei nato e ti hanno appoggiato sulla mia spalla: avevi gli occhi aperti nonostante fossi davvero un pulcino, tutto rosso e viola, cosi' minuto da sembrare irreale.
Ricordero' per sempre il calore della tua guancia mentre ci appoggiavo un bacino e piangevo anche io con te, finalmente libera dal peso dei dubbi che hanno accompagnato la tua attesa, finalmente tua mamma.
Tutti intorno i medici e le infermiere ripetevano come  una canzone che stavi bene, che dovevi solo mangiare e sarebbe tutto andato per il meglio.
E in questo nostro primo momento insieme, c'era anche il Tato, tutto vestito di violetto come il personale in sala operatoria. Ricordero' sempre i suoi occhi colmi di meraviglia, perche' lui non sapeva che eri Leon, anzi era pressoche' certo che saresti stata Clarice.

Caro Leon, sei nato in un momento in cui in me non c'e' solo gioia per il tuo arrivo ma anche molta paura e tristezza. Avrei voluto aver il tempo di costruirti un fiocco, prepararti un corredino di sole cose speciali solo per te, avrei voluto essere pronta ad accoglierti e dedicarmi testa e cuore solo a te, come e' stato con le tue sorelle.
Non mi e' stato possibile, ma siccome il destino fa giri larghissimi, da altrove sono arrivati segni spontanei che hanno concorso a celebrare il miracolo del tuo arrivo riempiendo i buchi lasciati dalla tua mamma travolta dagli eventi: i primi pigiamini  sono stati quelli che hanno tenuto al caldo un altro bambino nato piccino piccino che oggi e' grande e robusto.
Il tuo primo pupazzino e' un bellissimo leoncino che tua zia ha scelto come segnaposto per te alla sua festa di matrimonio, l'altro giorno.
La tua copertina bella, quella che un giorno ti daro' per usarla per il tuo primo figlio o figlia, anche se e' un regalo scelto da un'altra signora,  l'avrei scelta io identica perche' e' del mio colore preferito.
Sono arrivate cartoline, messaggi, da posti anche molto lontani.

Insomma, le persone che vogliono bene alla tua mamma ti hanno offerto un po' del loro cuore e dei loro pensieri, perche' sapevano che in questo momento io, il Tato, il nonno e la nonna, non potevamo darteli tutti.
E ancora piu' di tutte queste persone, ci sono state da subito le tue sorelle che ti hanno dato tutto il loro amore incondizionato e tutta la loro attenzione.

Sei il p'tit bonhomme adorato dalle tue sorelle che hanno preso a chiamarti da subito Leuo Piccoletto e ti raccontano storie, ti riportano il ciuccio ogni volta che cade e lanciano l'allarme mamma ogni volta che hai bisogno di me e io non sono gia' li'.
Sei il p'tit bonhomme che ha aperto l'evoluzione nel nostro esser genitori di tre, di quella che si dice una famiglia numerosa.
Sei il p'tit bonhomme per il quale il tato sta scoprendo in se' idee e sentimenti mai messi a fuoco prima, per diventare tuo padre al suo meglio, come ha fatto per le tue sorelle.

Sei il p'tit bonhomme che mi ricorda la leggerezza e la forza connaturate alla vita, nel momento in cui trovare leggerezza e forza per sostenere, per credere e per sperare e' difficile.
Ma tu mi ricordi che e' difficile, non impossibile.
Mi sostieni nel tirare fuori il meglio delle mie risorse interiori.
Stiamo crescendo insieme, io e te : caro piccolo Leoncino, mon p'tit bonhomme, sei con noi da sei settimane e io gia' devo ringraziarti per tutto quello che fai per me da quando sei arrivato.
Ti voglio bene, da prima, da ora, per sempre.







27.6.15

Neurorazzi 2015 #Estateuropea #Italia - Il senso di esser qui

24 comments:
Continua il nostro acclimatamento nella vita lenta della piccola cittadina dove abitano in questa fase della vita i miei genitori, nonche' nonni delle Ice.
Giro a piedi ogni giorno con appesa al collo la macchina fotografica.
- Signora, sta facendo delle foto di qui?
Il tono e' sorpreso ma rispettoso: ora che tutti scattano coi cellulari, una macchina fotografica dona l'aurea del reporter professionista.
Cosa ci sara' mai da fotografare in questa cittadina che mai ispiro' la sottoscritta, prima di finire in quel di Houston?



Ogni giorno passeggiamo per le stesse stradine di ciottoli, porfido, lastroni: mentre le bambine saltano giocando tra le forme geometriche o facendo passi lunghi lunghi per non pestare le linee, io appoggio ogni piede pensando com'e' liscio! com'e' accogliente! Dovevo arrivare fino a Houston per scoprire che si possono amare i marciapiedi e i manti stradali, nonostante non abbiano la stessa reverenza ed attenzione che si rivolge ad altri elementi architettonici come le guglie, i grattacieli o le bifore. Anni a studiare sull'Adorno D'Anna,  nessuna menzione della liscita' dei piazzali su cui si ergono le chiese, della trama dei viali intervallati dai monumenti, del granito sotto gli archi.



Le nostre voci fanno l'eco tra vicoli e porticati, rimbalzando tra muri intonacati di rosa, albicocca, zabaione.
Scorgo piccoli dettagli liberty, medievali, neoclassici. Veri, non di riporto. Sopravvissuti a volte, ben tenuti altre. Ma ci sono, c'erano, ci saranno. Questa certezza e' per me confortante, specie da quando sto dall'altra parte dell'Atlantico e mi manca riempirmi gli occhi giornalmente della bellezza urbana italica e varsaviese o almeno della bellezza naturale del paesello francosvizzero.

 La bellezza autentica, non importata, non copiata, non riprodotta ma sentita e creata da qualcuno in carne e ossa, che si ritrova in tutte le manifestazioni estetiche del  piccolo mondo quotidiano che ci circonda, dai monumenti ai luoghi di culto agli esercizi commerciali.
Guarda mamma, una panetteria vera!
Anche le vetrine qui racchiudono tanti livelli di questa bellezza: i prodotti, la presentazione, la cornice. Che sia  un fruttivendolo,un colorificio, un negozio di scarpe: quel tocco vero che nessun negozio in franchising o studiato per sembrare come una panetteria francese o una pizzeria italiana o un sarto londinese, avra' mai.

I lussi di queste vacanze dai nonni sono tutte le possibilita' alla portata di un'ispirazione momentanea, mentre in altri luoghi diventano l'oggetto di logistica e strategia, e a volte non basta, perche' semplicemente certe cose non esistono e non si possono creare dal nulla, per quanto io non mi arrenda mai molto facilmente.


Le bolle sul balcone, che a Houston non abbiamo (il balcone, non le bolle, naturalmente)
Le salsicce (senz'aglio) grigliate dal nonno.
Il Mercato
Le brioche ripiene dentro.
I finocchi belli rotondi e la salvia per i saltimbocca.
Un caffe' accompagnato dal garbo sorridente di Sara, la barista che davvero si ricorda di te quando ti chiede come stai, oggi.
Andare in edicola. Non il supermercato con la selezione di giornali, no, l'edicola per davvero.
Giocare con le tende di plastica sull'uscio dei negozi.


Tutte quelle cose che rendono la qualita' della nostra vita, per certi versi, piu' alta di quella di chi abita in paesi meglio organizzati  e meglio gestiti. E che ci fanno tirare avanti, nonostante tutto, perche' siamo piu' capaci di  altri ad apprezzare le buone cose a compensazione di quelle che mancano.
Io non credo che questo sia un difetto, che faccia venir meno la motivazione a migliorare.
Credo semmai che la motivazione a migliorare diminuisca nelle persone che, a torto o a ragione, perdono fiducia in chi li circonda o in se stessi o entrambe le fiducie.
Vivendo tanti anni fuori ho scoperto che ben piu' che da noi, ci sono enormi fette di popoli che vanno dal terapeuta per imparare ad apprezzare, senza bisogno di berci prima sopra,  le piccole cose di ogni giorno come facciamo noi, milioni di persone che studiano per creare il bello che a noi viene  quasi a braccio, e tantissimi che amano il nostro senso per la battuta ma non riescono ad avere il nostro stesso ritmo, se non sono commedianti professionali.

Il tratto distintivo comune piu' bello che trovo nelle persone che chiamo italiani, e' il senso di umanita'.Piu' della cultura, piu' dell'ingegno.
Quel misto di compassione, comprensione, generosita', altruismo, saggezza spicciola, che non passa da grandi proclami ma da semplici gesti tra le persone.
Condividere questo senso di umanita' e' cio' che mi ha aiutato a mantenere i legami creati di persona, pur diventando poi l'amica lontana, a costruire legami tecnologicamente possibili con persone che ho incontrato di persona solo successivamente.

Che mi fa sentire concittadina quando lo ritrovo nel modo d'esser di chi incontro.
Che mi hanno insegnato il mio babbo e la mia mamma e cerco di insegnare alle mie figlie.



20.6.15

Neurorazzi 2015 #Estateuropea #Italia - Sono diventata un'Italiana d'annata (2008)

28 comments:
Siamo arrivate lunedi' scorso a Linate, nelle stesse condizioni alle quali siamo partite da Houston  domenica pomeriggio, ovvero in tre: io, Bea e Ali. Considerato che ho volato incinta di 32 settimane per 9 + 1 ora di volo, un successo :-D

Torno qui a scrivere dopo 5 giorni e 5 notti: tanto ci e' voluto per riprendermi dal Jet Lag.
Bea era regolata dopo ventiquattro ore, dimostrando la stessa tempra da (ex, dopo 9 anni, ma questa e' un'altra storia) Senator di Lufthansa paterna.
Ali ci ha messo tre notti.
Io sono rimasta l'ultima, la quarta notte, con gli occhi sbarrati seppur assonnatissima alle tre del mattino, aggrappata al cellulare per whatsappare con il  marito a zonzo per Chicago, per sentirmi meno scema.

Ho alcune riflessioni interessanti da raccontarvi, ma non sono talmente piu' abituata a scriverle che ho bisogno ancora di un paio di giorni. Percio' per ora rimaniamo sulle elaborazioni meno sofisticate.

Sono diventata un'italiana d'annata, precisamente 2008: il 23 Giugno, dopo alcune prove generali negli anni precedenti, varcai il tunnel del Monte Bianco e diventai residente estera permanente.  Da allora sono tornata un sacco di volte, da vicino e da lontano, ma la mia conoscenza del Paese e' andata scemando. Fino al tracollo attuale: non passerei nemmeno la prima manche del Telemike sulla cultura generale contemporanea.
In questi primi giorni di ritorno vacanziero in patria, mi sono resa conto che inizio a scivolare verso la categoria di quegli italiani che lontano dalla madrepatria la cristallizzano "ai loro tempi", un po' come gli italiani del New Jersey che si ricordano di quando Tony Renis era giovane e aveva vinto San Remo e se lo immaginano forever young e quandoquandoquandesco come allora:-D.
Dopo aver scoperto solo l'anno scorso che dal 2008 non esiste piu' il Festivalbar, mentre mi domando se non sono ancora tornati o se sono gia' passati nuovamente di moda i pantajazz neri con la cerniera laterale e la vita bassa che stavano bene con tutto dal mattino alla sera, in questi primi giorni italici sto costantando che in nessun bar c'e' piu' la macchinetta della crema di caffe' che imperava ovuqnue fino a ieri (cioe' circa 7 anni fa, l'ultima volta che l'ho ordinata) e solo  la barista di fiducia dei miei e' ancora munita di sciroppo Fabbri per produrmi ogni giorno  l'acqua e menta, il drink ufficiale delle mie estati gravidiche. Per non parlare di quanti secoli indietro sono con la musica, la televisione la politica e la moda per le scarpe. Non so bene come sia messo il Pil quest'anno, ma ho scoperto con sgomento che le palline coi giochini scemi nei distributori fuori dalle edicole richiedono DUE EURO.

Tuttavia un interrogativo da giorni su tutti non mi da' pace. Non so come sia successo ne' quando, ma che fine ha fatto il Solero?


E voi quando tornate, da quali sparizioni e cambiamenti vi sentite traditi?

21.5.15

Amiche di Fuso

No comments:
Tutte noi ormai le abbiamo: sono le nostre amiche con cui ci sentiamo grazie ala tecnologia,  dovunque siamo, in coda al semaforo di Houston o  a quello di Torino, dopo il drop off dei nani all'asilo di Varsavia o di Bergamo, sul divano di casa o alla scrivania dell'ufficio, spesso (anzi, molto spesso, care le mie Ambasciatrici) mentre si e' ai fornelli e scatta il techeprepari?
Che siano amiche lontano mille miglia o geograficamente vicine ma requisite da orari di lavoro o di famiglia incompatibili con la possibilita' di vedersi quanto si vorrebbe. Sono le amiche di fuso: donne dai 15 ai 105 che si riconoscono perche' sorridono o addirittura ridono da sole, tenendo in mano un cellulare.

Questo tipo di amicizia virtualmente teletrasportata che ormai e' realta' abituale per molte, e' stata la base su cui il gruppo all'origine di Amiche di Fuso ha iniziato a lavorare un anno fa.
Poi, dopo l'inizio entusiasmante, abbiamo attraversato un periodo difficile.
Come succede nel mondo reale.
E poi?
Abbiamo ricominciato a divertirci, ma tanto.Con un pensiero a due amiche che mi mancano particolarmente sul muretto di ADF, Alessandra e Valeria  (ma che mi fanno ancora sorridere col cellulare in mano mentre sono in coda ai semafori di Houston), ecco che cosa Federica, Anna, Elena, Serena, Mimma, Greta, Valentina Ca, Drusilla, Valentina Co.,  Alessia, Nadia, Sabina, Renata ed io, abbiamo pensato di combinare: un nuovo sito, piu' funzionale, piu' immediato, piu' colorato.
Perche' leggerci sia piacevole per gli altri come lo e' per noi creare questo luogo virtuale di ritrovo.






20.5.15

Pochi fichi e pedalare

14 comments:

Di tante cose che sono successe in queste ultime settimane, una bella bella e' che quando meno me lo aspettavo, nel giro di 24 ore, ho incontrato per caso Marianna (grazie alla Viatrix che si e' lanciata incontro al suo bambino al parco) e trovato qui sul blog il commento di  Federica: pochi scambi ed e' saltato fuori che sono entrambe nello stesso giro di mamme italiane qui a Houston.
Da li' in poi e' tutto scivolato naturale: prima presentazione virtuale nella loro chat di whatsapp, poco dopo sono stata riconosciuta mentre facevo la spesa e dicevo alle mie figlie non fate casino che questi sono americani e si prendon male dei bambini vivaci: "Ciao, sei Valentina? Io sono Anna Maria, anche io del gruppo".  E alla prima occasione di incontro, un nano pic nic di compleanno nel campus della Rice University, mi sono ritrovata con tutte loro: tutte alla mano, tutte aperte, tutte simpatiche.
Non ci credo ancora.

Oltre al piacere di aver trovato un gruppo dove mi sento a mio agio, c'e' qualcos'altro di davvero inaspettato.
Federica e' pistoiese trapiantata a Firenze e quando parla, perfino quando scrive, le parole che usa per esprimersi mi suonano cosi' familiari, come se le estraesse dalla mia testa anziche' dalla sua.
Suoni che per me sono sempre stati il segno di distinzione tra me e i miei, casa mia, dal resto del mondo fuori dalla porta a Torino.
I modi di dire che ho assorbito dai miei e i miei dai loro e via via cosi' fino alla creazione universale, che come tutti sanno e' partita da Fonte Luco

Dopo tutti questi anni, ormai 15, che parlo, scrivo e sogno in inglese ogni giorno, quando mi sono ritrovata a farle compagnia durante la sua pausa pranzo dal lavoro, mi pareva di ascoltare lei e di ascoltare me in contemporanea.
Ho sempre identificato la mia toscanita' con i miei genitori: la loro cultura, le loro parole, il loro spirito anarchico e il gusto per la battuta. Che sento anche miei. Ma non mi sono mai sentita conterranea di altri.
Non ho vissuto li' abbastanza da aver altri ricordi che alcune vacanze estive.
Non ho legami con i parenti li'.
Eppure ora mi ritrovo accanto una donna della mia eta' che sa cogliermi al volo, come le amiche di sempre sanno fare conoscendomi bene, semplicemente perche' parliamo veramente la stessa lingua.

Quando l'altro giorno, lasciata li' come una conchiglia sulla spiaggia, ho trovato sullo schermo del cellulare un suo  "pochi fichi e pedalare", mi sono ritrovata a sorridere  pensando alla voce del mio babbo che mi diceva la stessa cosa.




19.5.15

Giochi da maschi, giochi da femmine ovvero L'impero colpisce ancora

10 comments:
Ieri la mia amica Valentina ha scritto un bel post sulle limitazioni date dai luoghi comuni nell'educare e far giocare i bambini maschi. Condivido la sua opinione e prendo spunto per un'ulteriore riflessione, partendo dal fatto che io invece ho due bimbe.

Rimanere immuni da Hello Kitty, Principessa Sofia e Frozen e' stata una battaglia che ha richiesto tante tattiche, compreso il premonitoraggio dei giochi in regalo da altri, lo studio di proposte alternative (Alice nel Paese delle Meraviglie, gli Aristogatti e la Pimpa per dirne solo tre) cosi' come alcune concessioni ( La Dottoressa Pelouche, la Peppa e l'odiosissima (per me) Dora sempre per dirne tre)
Uno dei risvolti positivi del bilinguismo nella nostra famiglia e' che rende obsoleto il televisore: siccome le bimbe guardano solo cartoni e film animati in italiano o polacco, li vedono solo in streaming o in dvd e cosi' 1) li scelgo io 2) non sono esposte a tutte le pubblicita' che le renderebbero coscienti dell'enormita' di roba di cui potrebbero incapricciarsi.
So che prima o poi il giochino si rompera', che trovandosi con altri bambini scopriranno piu' oggetti e piu' nomi di quelli che faccio filtrare io, ma il mio scopo non e' impedirgli di giocare con le Barbie per sempre, semplicemente ritardare e diluire, per evitare l'appiattimento di gioco nel momento in cui sono cosi' aperte e ricettive nei confronti di tutto. Gia' una volta mangiavano qualsiasi cosa e dopo l'inizio dell'asilo a veder gli altri bambini che fanno i difficili su questo e su quello, han preso un po' quel giro li'. 
Mi spiacerebbe che la smettessero di gioire nel conciarsi come guerrieri maori con le tempere da dito perche' una principessa non si comporta cosi'. 
Poi ti ritrovi a 36 anni che il tempo per dipingerti da guerriera maori non ce l'hai piu' davvero.
Non sono una talebana da giochi solo educativi di legno e incolori, semplicemente cerco di mettere una diga per diminuire la pressione del merchandising sull'educazione e sulla creativita' delle bimbe. Perche' il problema di Hello Kitty o di Frozen, non sono per me Hello Kitty e Elsa, come personaggi di per se', ma lo stuolo immane di roba hellokittata e frozenizzata che ne consegue. 
L'unico tipo di gioco al quale sono assolutamente contraria sono le armi giocattolo che sembrano vere: le mie figlie dovranno accontentarsi solo di  pistole ad acqua e delle spade da jedi, se le vorranno. Non perche' le spade da jedi non ammazzino, ma fanno parte di un contesto fantascientifico che le rende piu' simili all'uncino di Capitan uncino. Be', secondo me. Sono una mamma, non una pedagoga.

Anche io ho avuto i codini lunghi lunghi, ho messo le mollettine di Little Twin Stars, ho giocato con le barbie e i minipony, avuto la maglieria magica e il giralamoda, ho fatto il nastro di Hilary con la bacchetta per pulire il flauto e il nastro di raso lungo lungo, ho fatto innumerevoli braccialetti e giocato coi truccosetti e alle principesse (anche se nei tanto commerciali anni 80, in realta' andavano di piu' le ragazzine con i super poteri e la bacchetta magica, le spadaccine e le pallavoliste, per non parlare delle ladre e delle cantanti rock).
Ho letto decine di volte Piccole Donne, Piccole Donne Crescono, I Ragazzi di Jo e Piccoli Uomini: Tom Sawyer e Tre Uomini in Barca proprio non mi piacevano.
Ma ho giocato anche con tutto il resto: le micromachines, i Robot,  i Lego, i Puffi, il calciobalilla, Hotel, Monopoli. Sognavo di avere un C1P8 vero e di diventare archeologa come Indiana Jones.
Mi sono sbucciata le ginocchia  in cortile nonostante non amassi gli sports.
Ho giocato infinite ore con pennelli e pongo, creta e matite. Coi chiodini. 
A memory. 
A disegnare e ritagliare nuove carte di  memory. 
A nomi citta' colori frutta fiori. 
A paradiso e inferno  e altre decine di origami.
Ho anche imparato a scuola a far la maglia bassa, la maglia alta, l'uncinetto e i pom pom. 
E il traforo, con il mio babbo
Ho giocato sia con gli exogini che coi paciocchini. Pure con la pallina maxa, che se la dimenticavi appiccata da qualche parte di notte si squagliava e potevi solo buttarla via.

Si discute sempre piu' spesso dei genitori di bambine  radical che scelgono la via dell'educazione gender neutral, tipo chiamar la figlia James e tenerle i capelli corti a 1 cm, o di quelli che all'opposto si lanciano nella  princirosafatizzazione di tutta la loro vita. Dei genitori di maschi che sopportano e supportano  il flusso domestico di videogiochi di guerra con l'idea che un vero uomo e' fatto cosi' e di altri che invece si ritrovano nei panni di sfidanti progressisti solo perche' lasciano i propri masculi giocare in pace con la minicucina e i pennelli.
Ma io sono fiduciosa che la maggioranza degli esseri umani prosegue in una sana via di mezzo e quelli che oggi si fan vanto di tirare su i figli estremamente gender neutral da un lato o estremamente gender oriented dall'altro, non sono di piu' di quelli che una volta tiravano su le figlie  con "tu sei femmina, fatti bella e non serve che studi" e i figli con " tu sei maschio, impara a dar le botte e non serve che studi". 
Anzi sono molti di meno.
Oggi che miracolosamente  Beirut e' sotto controllo, ho fotografato le stanze delle bimbe e ad alcuni dei loro giochi. 
Giochi da piccoli esseri umani che appartengono al Primo Mondo. 
Immagino che quando i bambini per giocare hanno solo i sassi e i legnetti, a nessuno verrebbe in mente di disquisire se sono sassi e legnetti da maschi o da femmine.
 






17.5.15

In any other world you could tell the difference

37 comments:

Dovrebbero essere giorni vissuti a pieno cuore, bevuti con gli occhi.
Gigio e Gigia  vengono cullati, cambiati, nutriti, sgridati e abbracciati.
Mamma ma poi potro' tenere in braccio Baby come Gigio?
 Il sole che tra un monsone e l'altro ci regala momenti quotidiani con il Tato maestro di nuoto che sostiene le due sirenette.
La gioia di non aver piu' bisogno dei braccioli.

L'odore delle siepi di caprifoglio in fiore che circonda la piscina e mi ricorda il profumo preferito di mia madre
Travestimenti da dottoressa, da strega, da cowboy.
Bolle di sapone e aquiloni.
Una bici ereditata da una bambina che e' stata compagna di giochi per questi sei mesi e ora ritornera' dall'altra parte dell'oceano, vicino alla sua nonna.

E quanto manca ad andare dai nonni? 6 settimane amore. 5 settimane, 4 settimane.
Oddio chi ha fatto la cacca sulla moquette?
Ma no mamma, e' la cacca di plastilina di cane bau!
No!
Si!
No!
Si!
Si!
No!
Risate argentine e si che sono ancora sci e no che sono ancora nu.
Salti sul letto e tende di lenzuola.

Sono qui che cerco di apprezzare tutto questo, ma non ci riesco come d'abitudine.

L'inquietudine ormai e' dentro la mia testa e per quanto ci provi a star calma e tutti coloro che mi voglion bene mi ripetono andra' tutto bene, una volta instauratosi il dubbio, questo mi ha rubato la serenita' di questa gravidanza.
La prima era intrisa di mistero, la seconda di consapevolezza, questa e' la mia ultima gravidanza, sotto il segno della gratitudine per poter provare di nuovo ancora tutto ancora un'ultima volta.
In questi cinque anni da quando ho iniziato il viaggio verso diventare mamma di Bea, ho condiviso la strada con tante altre donne. Alcuni di questi bambini sono partiti ma non sono mai arrivati o hanno dovuto affrontare, insieme ai loro genitori, percorsi medici difficili.
Io sono una di quelle che ha cercato la gravidanza, e' rimasta incinta dopo qualche mese, tutto e' andato bene per nove mesi, nessuna preoccupazione che non sia stata risolta nel giro di poche ore dal mio ginecologo di fiducia e dai suoi colleghi. Due volte cosi', due volte su due.
Per questo la terza volta sono stata ancora piu' consapevole e grata fin dall'inizio che sia successo di nuovo.
Per questo la terza volta ho avuto timore fin dall'inizio di aver chiesto troppo alla Natura, a Dio e al destino.
Per questo non riesco a scacciare l'inquietudine che da ormai piu' di un mese si e' annidata nella testa.

Testa: ritardo di crescita intrauterino, rischio di dover fare parto molto anticipato, rischio di morte in utero, rischio di morte alla nascita, rischio di morte poco dopo la nascita.
Croce: data di inizio gravidanza stabilita in modo errato per una serie di eventi concorrenti, percentili di riferimento americani diversi da quelli italiani, la crescita e' al di sotto della media ma e' costante nel tempo e i test genetici del primo trimestre hanno dato risultati rassicuranti.

Testa: un ambiente dove per paura di azioni legali si prospettano sempre tutte le peggio cose possibili alla paziente e si preferisce dare responsabilita' ai calcoli degli algoritmi che governano i computer piuttosto che al giudizio dei medici. E non si capisce mai se si ha davvero bisogno di certi esami o se si ha una cosi' buona assicurazione che diventa utile per i medici aver bisogno di questi esami.
Croce: un ambiente medico che e' rinomato per essere di alto livello.

Tra un mese saro' in quell'altro mondo aldila' dell'oceano,  potro' confrontarmi col medico che ha fatto nascere le mie bambine, potro' ritrovarmi nelle procedure che gia' conosco. Potra' andare tutto bene.


Ma nel frattempo sono qui, nella speranza che tutto sia a posto, nel dubbio che non lo sia.

Nel frattempo, ho chiesto attenzione e compagnia virtuali, se non fisiche. E sono arrivate, da tante direzioni, vecchie e nuove.
Questa stesso mondo tecnologico che mi terrorizza per pochi millimetri dedotti da ultrasuoni, mi porta il bene di chi e' lontano.




8.5.15

Amiche di Fuso - maggio

No comments:
il resto di questa texana avventura lo trovate qui

5.5.15

Majowka in Houston

6 comments:
E dunque sabato mattino, sotto il piu' scintillante giorno di sole che il sardonico prete polacco di Houston potesse desiderare, e' cominciato  il Polish festival: occasione per la comunita' polacca di celebrare le ricorrenze patrie e di offrire agli altri cittadini del mondo che vivono qui l'esperienza di quella l'atmosfera di festa  fatta di  ombrelloni e corone di fiori nei capelli delle ragazze, di salsicce e balli, musiche e ambra, fiori e birra, palle di natale e pierogi, che caratterizza il loro paese.
Mentre ragazzini americani e latinos che frequentano il liceo di zona facevano da volontari ai banchi dei bar e nei parcheggi, molti  gruppi di amici russi, moldavi, turkmeni, georgiani, ucraini e di tanti altri paesi del centro e dell'Est Europa si ritrovavano intorno alle tavolate, presentandosi e raccontandosi. La mia presenza italiana sembrava piu' esotica della loro: veniamo sempre al festival polacco perche' e' un po' simile a com'e' da noi, perche' i balli sono gli stessi, perche' la musica e' simile, perche' anche noi abbiamo i pierogi..
quando ci si trova a mille miglia di distanza dalle proprie case,  ci si scopre piu' vicini, piu' simili, piu' uniti.




29.4.15

Altre forme di distanza

24 comments:

Altro post di vuotamento del sacco


Un altro problema che ho a vivere qui, oltre alla distanza temporale da fuso che si somma alla distanza fisica, e' la distanza ambientale.
Non so se esiste una definizione del genere, ma e' come mi e' venuto in mente di descriverla, mentre guidavo di ritorno dall'asilo. Forse esiste una definizione migliore di quello che voglio dire, almeno nel mondo della scrittura o sceneggiatura.
Qua viviamo in una sorta di bolla: ci spostiamo in auto dall'appartamento bello nel condominio multipiscinato del quartiere figo senza essere straricco, per andare all'asilo figo senza essere straricco, per poi fermarci a un playground in zona figa senza essere straricca e andiamo a far la spesa al supermercato figo senza essere straricco. Andiamo per musei, mostre e festival dove incrociamo, senza mai realmente incontrarle, famiglie grossomodo come noi.
Se usciamo dal circuito, ci ritroviamo in mezzo a baracche che un soffio di vento diventa un allerta uragano, senzatetto stonati che attraversano a caso la strada in pieno rosso sbucando dal nulla, buche nell'asfalto che fanno scoppiare gli pneumatici, gatti e cani morti investiti e lasciati cosi' dove sono, gente che cammina con la pistola alla cinta.
Come se fossi dentro un determinato set televisivo, dove non si incontrano mai i personaggi degli altri set, anche se poi si va tutti in onda in contemporanea. O se li incontri lo stacco e' cosi' netto che diventa innaturale e strano per tutti,con quell'aria stupita del che ci fai qui, tu? torna nel tuo scenario!
Un po' come se The good Wife Alicia andasse in giro per i bassifondi di Chicago. Non ci va, ci manda Kalinda che infatti e' il personaggio della serie a cui si affida la capacita' di passare da un livello all'altro, giustificata dall'essere lei stessa un personaggio ambiguo perche' e' passata da un livello all'altro nella sua misteriorissima vita. .Anche nei Sopranos l'idea sorprendente era il contrasto delle scene di Tony dalla psichiatra rispetto a tutto il resto.
Ora siccome pero' io non sono un personaggio ma una persona, faccio una fatica mentale tremenda a vivere in un posto dove i livelli sono cosi' separati, non solo per motivi di auto o di abitudine ma anche per tangibili e purtroppo ragionevoli motivi di sicurezza.
Mi rode tantissimo: non tanto per me, quanto per il fatto che perdere la possibilita' di attraversare la realta' nel quotidiano priva le mie bambine della possibilita' di imparare un mucchio di cose. Alla loro eta' imparano dall'esempio diretto e non hanno ancora gli strumenti per assorbire, senza il mio tramite, attraverso i libri o i film di un certo tipo, per cui non trovo modo per compensare a questa distanza tra l'ambiente dove vivevamo prima e quello di dove viviamo ora.
Quando vivevamo a Varsavia, abitavamo in un bel palazzo, in un bel quartiere in centro.
Pero' tutti i giorni incontravamo la matta dell'altra scala e i vicini anziani, non era un palazzo solo con rampanti dai 25 ai 35. Le bambine avevano imparato ad ascoltarli con pazienza, a tener la porta aperta se scendevano piano col bastone.
Incontravamo i senzatetto in fondo al parco vicino alla Chiesa, che pur puzzando di vodka salutavano sempre le bambine e loro avevano imparato a rispondere con garbo e rispetto, senza aver paura. Incontravamo un sacco di persone diverse sull'autobus e passeggiando e ai playground e anche se Varsavia non offre una gran diversita' etnica, perlomeno erano esposte a persone di ogni classe e di ogni ceto: le bambine trovavano normale questa mescolanza e non se ne stupivano, avevano imparato a essere rispettose ed aperte verso tutti.
Qua invece da una parte hanno preso coscienza di avere di piu', e se inizialmente erano aperte verso tutti, dopo esser state raffreddate piu' volte da reazioni stupite se non ostili degli altri (sia adulti sia bambini),iniziano a mostrare disagio verso il diverso.
Non e' piu' naturale come prima salutare tutti, perche' stanno imparando che non tutti salutano a loro volta.  Pare che avere nelle orecchie fisse le cuffiette dell Ipod impedisca di leggere il labiale HI.
Non e' piu' naturale correre dietro a un bambino in un supermercato e prendergli la mano per fare amicizia, perche' la madre corre a prender via il bambino.

Non e' piu' naturale andare al ristorante e comportarsi normalmente, perche' tutti gli adulti ti guardano male dal momento che entri, in quanto non e' un Fast Food o un Family Restaurant, e allora giustamente essendo bambine non sentendosi a loro agio si comportano da mostri come mai avevano fatto in Europa.
Potrei fare altri mille esempi e sarei solo noiosa senza spiegarmi meglio.

A toppare tutto cio' (che e' una mia  finta traduzione  di on top of that, perdonatemi se vi includo in questi sollazzi di lessico familiare), persino quando le persone hanno buone intenzioni come durante il loro lavoro, quando il custome care impone la massima gentilezza verso gli estranei clienti, interferiscono con il mio lavoro educativo.
Non e' piu' naturale non toccare le  cose nei negozi perche' tanto se lo fai e casca qualcosa, nel tempo che la mamma ti dice rimetti a posto! ti avevo detto di non toccare! due commesse sono gia' accorse e dicono oh tesoro non ti preoccupare e' il mio lavoro, metto a posto io e tieni una caramella. E guardano pure male la mamma che ti ha gridato! (Poi gli altri clienti guarderanno male la medesima mamma che pare sorda tanto e' zen quando fate i capricci per avere un giocatollo e non cede, imponendo il rumore dei vostri polmoni a chi e' in coda alla cassa prima e dopo di noi e rovinando quindi la qualita' della loro shopping experience) Idem se rovesciano un bicchiere sul tavolo o se gettano per terra una carta.

Insomma, crescerle qui  secondo quello che sono per me e il Senator le cose importanti da imparare nella vita, non e' solo un lavoro tra noi e loro come era in Europa: richiede anche tanta energia per compensare gli scenari che mancano nell'ambiente che ci circonda oltre che ammortizzare le interferenze di valori e priorita' altrui, cosi' diversi dai nostri. In confronto avere a che fare con le Babcie era un divertente diversivo.

Questa estate ce ne torniamo nel nostro ambiente per tredici settimane, ma poi si sara' di nuovo qui, punto e  a capo. Avete consigli? (Non e' necessario essere genitori, raccolgo ispirazioni da chiunque sia disposto a darne)












27.4.15

8 comments:
Do you miss to work?

Me l'ha chiesto il Senator, ieri sera, mentre lavava i piatti e io me ne stavo appollaiata sullo sgabello al bancone della cucina.

No

Non ci ho pensato nemmeno un attimo a rispondere. Perche' adesso e' cosi'. Non ci penso mai, non ci penso piu'. Sono talmente assorbita in tutte le mie energie dal fare a tempo pieno il mestiere che faccio, ormai da quasi cinque anni su quasi dieci che stiamo insieme, che davvero non mi manca l'idea di casi e clienti, norme e comparazioni.

Di piu'. Non mi mancano altre responsabilita'.

Da quando siamo qui le energie che ogni giorno devo produrre per tenere insieme i nodi a me cari e' tale, che davvero non sarei in grado di fare discretamente bene nessun altro lavoro che quello che gia' cerco di fare al meglio.

Essere al quarto espatrio puo' rendere piu' semplice il carico pratico, perche' gia' si sa come procedere nei gineprai di dichiarazioni, fogli, moduli, forniture etc. Ma il problema non e' tanto lo spostarsi di nuovo, quanto il tempo che va avanti. Le bambine che non hanno patito piu' che un paio di giorni lo spostamento dalla Francia alla Polonia, non avevano legami profondi aldila' di quelli quotidiani con mamma e papa' e a periodi con i nonni . Avevano 7 e 28 mesi. 20 mesi dopo avevano la coscienza di esser legate a zii, zie, amichetti, amichette, maestre, luoghi, parchi. Avevano la loro fontana preferita e sapevano a memoria la strada da casa asilo. E i nonni non troppo vicini, ma nemmento troppo lontani.

A 4 anni e mezzo si e' abbastanza grandi per accorgersi che Mamma, questo viaggio per andare dai nonni ora e' tanto lungo, non e' piu' come prima. Detto senza rancore ne' amarezza, ma e' la verita'.
E mentre lei crede ancora che io possa tutto, perche' sono la mamma, su questo non ci posso far nulla, l'unica e' aspettare che il momento lavorativo sia buono e poi ritrovera' tutto il suo mondo a portata di mano o almeno di ryanair.

Contemporaneamente il tempo va avanti anche per i genitori.
Io l'ho sempre saputo che non saro' giovane per sempre, e prima di me non saranno giovani per sempre i miei.
E ho anche sempre saputo che sono figlia unica, che ho ricevuto tutto da loro e che solo io posso dare tutto a loro.
E che essere a due ore di volo in un qualsiasi posto d'Europa, non e' il massimo per essere presente quando ci dovresti essere, ma e' comunque fattibile. Mentre essere qui significa un viaggio ogni tre / quattro mesi, o altrimenti muoversi solo per emergenze.
Essere qui significa anche che quando mia madre ha bisogno di me nel suo pomeriggio che volge al tramonto, dopo una giornata difficile, io invece sono in piedi da pochi minuti, sto cercando di alzare la pressione col caffe' e ho mezz'ora al massimo per svegliare, vestire e portare le bambine all'asilo.
Di fatto non ci sono fisicamente e non ci sono nemmeno temporalmente. Perche' quando servo e' l 'ora dell'asilo, della spesa per il frigo che fa l'eco o sto dormendo.

Il fuso orario  si rivela una distanza piu' difficile di quella geografica. Posso salire su un aereo per annullare la distanza fisica, ma non posso fermare l'orologio per annullare la distanza temporale.

A tutto c'e' rimedio, mi dico sempre. E sudo, penso, stringo i denti e vado avanti, finche' il rimedio lo trovo. Ma accettare che a volte il rimedio non c'e' e l'unica e portar pazienza e aspettare che questo periodo di lontananza dall'Europa finisca, mi consuma un sacco di quell'energia che mi serve prima di tutto per rallegrare le bimbe e poi i nonni.

E per farci star tutto, essere ottimista per scaldare il loro focolare e contemporaneamente digerirmi il dispiacere, non m'avanza nulla per nessun altro lavoro oltre l'esser mamma, moglie e figlia. E' una fortuna che possiamo permetterci di vivere con uno stipendio anziche due, percio'  lavorare e' solo una scelta per me, non una necessita'. E onestamente, se in passato scegliere di non lavorare m'e' risultato difficile perche' c'e' voluto un po' a spezzare il circolo mentale lavoro dunque esisto*, adesso e' l'ultimo dei miei pensieri.


******

*cit. Mimma, che ha raccontato su ADF il suo percorso di accettazione dal lavorare al non lavorare e mi ha fatto ricordare (c'e' un mio commento formato pappardella nel medesimo post) quando anche io ho attraversato quel periodo di lacrime quasi quotidiane per paura di non ritrovare piu' un'altra dimensione.

E qua e la' ne ho scritto anche qui.


http://www.valentinavaselli.com/2011/08/ita-ordinari-paradossi-e-momenti-di.html

http://www.valentinavaselli.com/2013/05/cv.html

http://www.valentinavaselli.com/2013/07/trentaquattro.html




14.4.15

In incognito

21 comments:
Dopo i primi encounters con americani e anglosassoni non europei in questa a menissima citta', mi sono resa conto  che in quanto essere umano di sesso femminile senza un lavoro ne' un biglietto da visita che attesti una qualche professione (acchiappafantasmi, lettrice di tarocchi, organizzatrice di frigoriferi, tutto vale in America), se salta fuori che sono una madre, la conversazione volgera' al termine nel giro delle prossime tre domande
- come si chiamano i tuoi bambini (che tanto poi nessuno lo capisce, e tutti lo dimenticano subito)
- quanti anni hanno (domanda strumentale allaseguente)
- a che asilo vanno e che scuola andranno (per accertare in un botto solo in che zona vivi, se vanno alla pubblica, se spendi per privata e quanto spendi e se hai la scuola come benefit da expat o meno)
Nel caso dichiari il mio stato interessante  arriva la domanda bonus:
- in che ospedale partorirai (cosi' si capisce se hai l'assicurazione fighissima, figa o media)
FINE
Ma fine sul serio.
A meno che l'altra meta' del dialogo sia un' altra mamma con bambini in eta' compatibile,  lieta dopo aver appurato la veridicita' della mia motherhood, di raccontarmi tutta la schedule di nanne, cacche, pipi' e attivita' interessantissime e vuoi vedere milleseicentofoto sull'Aifon.
E li' sono io che dopo dieci minuti di comparazioni fecali crollo e cerco il modo di chiudere il discorso.
Ora che ho capito il barbatrucco, quando mi presento in nuovi giri nei quali capito priva della presenza delle Ice, butto li' solo Valentina, sono Italiana, sono a Houston da quattro mesi dopo aver abitato in vari posti in Europa.
Cosi' scattano domande di ogni tipo, dalle piu' ovvie (come si fa il tiramisu' veramente, di che parte dell'Italia sei originaria? Toscana! Adoro/Ho sempre sognato di andare in Toscana. Pero' vivevo a Torino e poi vicino a  Milano. Ah Torino! Sciare, le Alpi! Ah Milano, la moda! E poi dove sei stata? Ah Ginevra! Ah la Francia! Ah la Polonia ho sentito dire che ora Varsavia e' cool come Berlino) alle meno (quanto costa l'universita' in Europa? Ma Putin invadera' le Repubbliche Baltiche? Le tasse sono piu' alte? E' vero che tutti si possono curare?)
Il fatto che abbia davanti una panza di 24 settimane non e' un fattore rilevato, perche' ci sono intorno a me sempre almeno altre 2 persone piu' voluminose.
Per cui mi immagino poi
Sai oggi ho conosciuto una Italiana, qua da poco, tondetta, mi ha raccontato un mucchio di cose interessanti.
Beh per forza e' tonda, gli italiani mangiano la pizza tutti i giorni!
L'unico problema e' che al secondo invito
Ciao, vieni con noi alla brasserie bohemienne,
devo rispondere
Ehm, sono kindergardenless per tutto il mese, mi faccio viva appena risolvo. 
Ah...ah ok.
E quindi solo tra un mese sapro' cosa diverra' di queste prime amicizie scattate il mese scorso.

 


7.4.15

Every step I take

20 comments:
Va un po' meglio.

Oddio, sono tornata ieri sera dal ponte pasquale a Chicago con i nostri amici di un terzo di vita e non posso fare a meno di riconoscere che se fossi li' anziche a Houston, questo periodo statunitense della mia vita sarebbe assai piu' semplice: il lago, l'art deco, la vita della citta', tutto a portata di piedi. No, non mi dite che a Chicago fa un freddo becco e a Houston si sta sempre caldi, dopo aver abitato a Bruxelles sono vaccinata alle intemperie per sempre.

Va un po' meglio.
Nel rientro in Italia le bimbe erano rifiorite ed essendo rifiorita anche io, ho finalmente avuto la lucidita' per sciogliere i nodi che ci stavano stringendo in circolo vizioso: aldila' della transizione e della nostalgia per amichetti e nonni, il problema pregnante ma anche risolvibile era l'asilo dove stavano andando.

Ogni volta che arrivavo al cancello a prenderle mi correvano incontro con la gioia degli ostaggi liberati.
Non mangiavano quasi mai il lunch box, salvo poi divorarlo sedute nei seggiolini lungo la strada dell ritorno.
La grande anziche' esprimersi a parole sceglieva sempre piu' spesso la strada del frigno.
L'inglese che parlavano mi pareva estratto da Dora e da Baby Einstein, non da conversazioni reali.
Cosa avete fatto a scuola? Abbiamo giocato nella sabbia. Sempre e solo questa risposta.
Avete dei nuovi amici? Silenzio.
A casa. giocavano sempre di meno: cartoni, cartoni mamma.
Per non pensare. Per non giocare. Per non ricordare.
Regresso nel linguaggio, non solo nel comportamento.
Insomma, la verita' era li' davanti a noi, ovvia.
Non e' solo il dispiacere del vivere qui anziche' la'.
Quando siamo arrivati ero cosi' abbattuta e triste che nello scegliere sui quattro asili reperiti dalla relocator con disponibilita' per entrambe le bimbe, ho scelto il meno peggio. Anziche' avere la forza e l'energia mentale di tenermele fino a che non avessi trovato il posto giusto, ho ceduto all'idea che prima avessero trovato nuovi punti di riferimento in maestre e amichetti, meglio sarebbe stato.
Ritornata nel pieno delle mie facolta' intellettive, e' stato ovvio prendere la decisione: loro non stavano bene, io ero sempre piu' frustrata e preoccupata ed esausta nel passare ogni pomeriggio a cercare di confortarle e  normalizzarle, e in piu' ogni mattino occupavo due ore deprimendomi andata ritorno andata ritorno mentre schegge di poverta', follia e degrado passano ai lati dei miei finestrini mentre le gomme saltano su crateri nell'asfalto. Ho scandagliato in auto tutta la zona nel raggio di 5 miglia da casa mia, per trovare altri asili, come avrei fatto se non avessi avuto qui al mio arrivo la relocator. Come sempre chi fa da se fa per tre/
E poi su raccomandazione del chiropratico, da cui sono finita per una frenata troppo brusca volta a non prender sotto l'ennesimo pedone stonato sulla via dell'asilo, ho scoperto una  casetta bianca piccina piccio' con un bel cortile pieno di giochi sul retro.
A dieci minuti di auto da casa, guidando lungo i recinti del campus universitario.
Questa volta ho fatto con calma, ci sono andata prima io, poi ci ho mandato il Senator.
Poi sono andate le bimbe per una settimana di prova, tutte le mattine.
Sono andata a riprenderle col cuore in gola il primo giorno, sperando di rivedere quello sguardo felice e sereno che trovavo quando andavo a riprendere la Viatrix all'asilo varsaviese.
Quando sono entrata nel playground sul retro, erano entrambe cosi' impegnate a giocare con altri bambini, che non si sono accorte di me per diversi minuti. Quando mi hanno visto hanno sorriso e con calma hanno salutato le maestre e i bambini. Poi mi sono venute incontro e mi hanno travolto di racconti su cosa avevano fatto oggi a in questa casetta bianca. E mamma, il mangiare era buono!
Ora sono con me per tutto il mese di aprile, dal primo maggio cominceranno li'.
I primi tre anni della Viatrix ogni settimana me ne occupavo sempre e solo io, mentre il Senator era quasi sempre via. Nel frattempo ho avuto la seconda gravidanza ed e' nata Ali. Insomma, un mese con loro due e in attesa nuovamente, e' solo una piccola fatica rapportata a tre anni.
La casa e' tornata ad essere un disastro di lego, plastilina, travestimenti, scatoloni trasformati in auto e migliaia di oggettini e fogli e foglietti ovunque.
Non avrei mai detto che il casino totale da rimettere a posto senza tregua mi sarebbe mancato cosi' tanto.
I capricci sono diventati cosi' pochi che quando arrivano mi stupisco della mia reazione cosi' tranquilla e pacata.
Sono tornate le parole, e ne sono arrivate tante nuove, in tre lingue.
I film animati si materializzano dopo cena, per i titoli di coda sono cotte: Alice nel Paese delle Meraviglie, Robin Hood e Peter Pan regnano sovrani.

In nostro aiuto, e' anche iniziata la bella stagione.
Il Senator in questo primo anno del nuovo lavoro sta viaggiando pressoche' niente, percio' approfittiamo di questo evento eccezionale e  sfruttiamo le sue doti di bagnino nella piscina condominiale, ogni giorno quando rientra.
Il parco a distanza pedonale da casa possiede la collinetta adatta a far volare gli acquiloni:
Noi avevamo un unicorno e un miscuglio astratto in stile Pimpa
Il giorno del festival,  guardando questo cielo pieno di animali e principesse volanti ho pensato che devo essere cosi' anche io, finche' mi tocca star qui: prendere l'onda di vento che arriva e star su finche' tiene, fino alla prossima.
Un caro amico e' venuto a trovarci.
Nella zona della casetta bianca non ci sono portici o piazze, ma almeno marciapiedi sotto alberi, dove camminano o corrono persone  normali. Ci sono anche  piccoli playground nascosti e recintati, scovati nei miei giri in auto a finestrino aperto per segnarmi nomi di complessi residenziali da verificare, perche' vogliamo trasferirci in questa area in autunno.
I miei giovedi' sera al corso di scrittura sono sempre interessanti e divertenti, ogni settimana leggiamo e discutiamo insieme all'insegnante i lavori di tre studenti e la prossima volta tocchera' al mio raccontino, scritto nei coriandoli di tempo.
Adesso guido un'ora al giorno, mentre prima tra asilo lontano e spesa facevo fuori un pieno dal lunedi al venerdi.
Queste undici ore giornaliere da mamma full time sono impegnative,  ma sicuramente piu' felici, per loro e anche per me, del meta' tempo che passavamo insieme prima, tra pianti, spostamenti infiniti  e cartoni per dimenticare.
Se fossi arrivata qui il primo dicembre con lo spirito con cui sono tornata un mese fa, non mi sarei cotta con le mie stesse mani, scegliendo l'asilo meno peggio anziche' quello giusto, e  ritrovandomi cosi' schiava di kilometraggi impossibili su e giu' nel piu' brutto di una citta'ben  poco bella e soprattutto  il cuore spezzato dal disagio delle mie figlie.
Non tutti gli espatri riescono bene ed e' meglio accettare questo fatto piuttosto che tormentarsi all'idea di aver fallito. Nonostante questa sia la mia terza volta da mamma all'estero, a sto giro ho decisamente preso una cantonata pazzesca, come l'ultima delle novelline.
Mi auguro d'aver cominciato finalmente a seminare sul terreno giusto.

Se non vi e' bastato questo pippone mammesco sul nuovo asilo,  qui trovate in toni ben piu goliardici la cronaca di  com'e' che ora ho anche una nuova patente :-D











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