21.5.15

Amiche di Fuso

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Tutte noi ormai le abbiamo: sono le nostre amiche con cui ci sentiamo grazie ala tecnologia,  dovunque siamo, in coda al semaforo di Houston o  a quello di Torino, dopo il drop off dei nani all'asilo di Varsavia o di Bergamo, sul divano di casa o alla scrivania dell'ufficio, spesso (anzi, molto spesso, care le mie Ambasciatrici) mentre si e' ai fornelli e scatta il techeprepari?
Che siano amiche lontano mille miglia o geograficamente vicine ma requisite da orari di lavoro o di famiglia incompatibili con la possibilita' di vedersi quanto si vorrebbe. Sono le amiche di fuso: donne dai 15 ai 105 che si riconoscono perche' sorridono o addirittura ridono da sole, tenendo in mano un cellulare.

Questo tipo di amicizia virtualmente teletrasportata che ormai e' realta' abituale per molte, e' stata la base su cui il gruppo all'origine di Amiche di Fuso ha iniziato a lavorare un anno fa.
Poi, dopo l'inizio entusiasmante, abbiamo attraversato un periodo difficile.
Come succede nel mondo reale.
E poi?
Abbiamo ricominciato a divertirci, ma tanto.Con un pensiero a due amiche che mi mancano particolarmente sul muretto di ADF, Alessandra e Valeria  (ma che mi fanno ancora sorridere col cellulare in mano mentre sono in coda ai semafori di Houston), ecco che cosa Federica, Anna, Elena, Serena, Mimma, Greta, Valentina Ca, Drusilla, Valentina Co.,  Alessia, Nadia, Sabina, Renata ed io, abbiamo pensato di combinare: un nuovo sito, piu' funzionale, piu' immediato, piu' colorato.
Perche' leggerci sia piacevole per gli altri come lo e' per noi creare questo luogo virtuale di ritrovo.






20.5.15

Pochi fichi e pedalare

14 comments:

Di tante cose che sono successe in queste ultime settimane, una bella bella e' che quando meno me lo aspettavo, nel giro di 24 ore, ho incontrato per caso Marianna (grazie alla Viatrix che si e' lanciata incontro al suo bambino al parco) e trovato qui sul blog il commento di  Federica: pochi scambi ed e' saltato fuori che sono entrambe nello stesso giro di mamme italiane qui a Houston.
Da li' in poi e' tutto scivolato naturale: prima presentazione virtuale nella loro chat di whatsapp, poco dopo sono stata riconosciuta mentre facevo la spesa e dicevo alle mie figlie non fate casino che questi sono americani e si prendon male dei bambini vivaci: "Ciao, sei Valentina? Io sono Anna Maria, anche io del gruppo".  E alla prima occasione di incontro, un nano pic nic di compleanno nel campus della Rice University, mi sono ritrovata con tutte loro: tutte alla mano, tutte aperte, tutte simpatiche.
Non ci credo ancora.

Oltre al piacere di aver trovato un gruppo dove mi sento a mio agio, c'e' qualcos'altro di davvero inaspettato.
Federica e' pistoiese trapiantata a Firenze e quando parla, perfino quando scrive, le parole che usa per esprimersi mi suonano cosi' familiari, come se le estraesse dalla mia testa anziche' dalla sua.
Suoni che per me sono sempre stati il segno di distinzione tra me e i miei, casa mia, dal resto del mondo fuori dalla porta a Torino.
I modi di dire che ho assorbito dai miei e i miei dai loro e via via cosi' fino alla creazione universale, che come tutti sanno e' partita da Fonte Luco

Dopo tutti questi anni, ormai 15, che parlo, scrivo e sogno in inglese ogni giorno, quando mi sono ritrovata a farle compagnia durante la sua pausa pranzo dal lavoro, mi pareva di ascoltare lei e di ascoltare me in contemporanea.
Ho sempre identificato la mia toscanita' con i miei genitori: la loro cultura, le loro parole, il loro spirito anarchico e il gusto per la battuta. Che sento anche miei. Ma non mi sono mai sentita conterranea di altri.
Non ho vissuto li' abbastanza da aver altri ricordi che alcune vacanze estive.
Non ho legami con i parenti li'.
Eppure ora mi ritrovo accanto una donna della mia eta' che sa cogliermi al volo, come le amiche di sempre sanno fare conoscendomi bene, semplicemente perche' parliamo veramente la stessa lingua.

Quando l'altro giorno, lasciata li' come una conchiglia sulla spiaggia, ho trovato sullo schermo del cellulare un suo  "pochi fichi e pedalare", mi sono ritrovata a sorridere  pensando alla voce del mio babbo che mi diceva la stessa cosa.




19.5.15

Giochi da maschi, giochi da femmine ovvero L'impero colpisce ancora

10 comments:
Ieri la mia amica Valentina ha scritto un bel post sulle limitazioni date dai luoghi comuni nell'educare e far giocare i bambini maschi. Condivido la sua opinione e prendo spunto per un'ulteriore riflessione, partendo dal fatto che io invece ho due bimbe.

Rimanere immuni da Hello Kitty, Principessa Sofia e Frozen e' stata una battaglia che ha richiesto tante tattiche, compreso il premonitoraggio dei giochi in regalo da altri, lo studio di proposte alternative (Alice nel Paese delle Meraviglie, gli Aristogatti e la Pimpa per dirne solo tre) cosi' come alcune concessioni ( La Dottoressa Pelouche, la Peppa e l'odiosissima (per me) Dora sempre per dirne tre)
Uno dei risvolti positivi del bilinguismo nella nostra famiglia e' che rende obsoleto il televisore: siccome le bimbe guardano solo cartoni e film animati in italiano o polacco, li vedono solo in streaming o in dvd e cosi' 1) li scelgo io 2) non sono esposte a tutte le pubblicita' che le renderebbero coscienti dell'enormita' di roba di cui potrebbero incapricciarsi.
So che prima o poi il giochino si rompera', che trovandosi con altri bambini scopriranno piu' oggetti e piu' nomi di quelli che faccio filtrare io, ma il mio scopo non e' impedirgli di giocare con le Barbie per sempre, semplicemente ritardare e diluire, per evitare l'appiattimento di gioco nel momento in cui sono cosi' aperte e ricettive nei confronti di tutto. Gia' una volta mangiavano qualsiasi cosa e dopo l'inizio dell'asilo a veder gli altri bambini che fanno i difficili su questo e su quello, han preso un po' quel giro li'. 
Mi spiacerebbe che la smettessero di gioire nel conciarsi come guerrieri maori con le tempere da dito perche' una principessa non si comporta cosi'. 
Poi ti ritrovi a 36 anni che il tempo per dipingerti da guerriera maori non ce l'hai piu' davvero.
Non sono una talebana da giochi solo educativi di legno e incolori, semplicemente cerco di mettere una diga per diminuire la pressione del merchandising sull'educazione e sulla creativita' delle bimbe. Perche' il problema di Hello Kitty o di Frozen, non sono per me Hello Kitty e Elsa, come personaggi di per se', ma lo stuolo immane di roba hellokittata e frozenizzata che ne consegue. 
L'unico tipo di gioco al quale sono assolutamente contraria sono le armi giocattolo che sembrano vere: le mie figlie dovranno accontentarsi solo di  pistole ad acqua e delle spade da jedi, se le vorranno. Non perche' le spade da jedi non ammazzino, ma fanno parte di un contesto fantascientifico che le rende piu' simili all'uncino di Capitan uncino. Be', secondo me. Sono una mamma, non una pedagoga.

Anche io ho avuto i codini lunghi lunghi, ho messo le mollettine di Little Twin Stars, ho giocato con le barbie e i minipony, avuto la maglieria magica e il giralamoda, ho fatto il nastro di Hilary con la bacchetta per pulire il flauto e il nastro di raso lungo lungo, ho fatto innumerevoli braccialetti e giocato coi truccosetti e alle principesse (anche se nei tanto commerciali anni 80, in realta' andavano di piu' le ragazzine con i super poteri e la bacchetta magica, le spadaccine e le pallavoliste, per non parlare delle ladre e delle cantanti rock).
Ho letto decine di volte Piccole Donne, Piccole Donne Crescono, I Ragazzi di Jo e Piccoli Uomini: Tom Sawyer e Tre Uomini in Barca proprio non mi piacevano.
Ma ho giocato anche con tutto il resto: le micromachines, i Robot,  i Lego, i Puffi, il calciobalilla, Hotel, Monopoli. Sognavo di avere un C1P8 vero e di diventare archeologa come Indiana Jones.
Mi sono sbucciata le ginocchia  in cortile nonostante non amassi gli sports.
Ho giocato infinite ore con pennelli e pongo, creta e matite. Coi chiodini. 
A memory. 
A disegnare e ritagliare nuove carte di  memory. 
A nomi citta' colori frutta fiori. 
A paradiso e inferno  e altre decine di origami.
Ho anche imparato a scuola a far la maglia bassa, la maglia alta, l'uncinetto e i pom pom. 
E il traforo, con il mio babbo
Ho giocato sia con gli exogini che coi paciocchini. Pure con la pallina maxa, che se la dimenticavi appiccata da qualche parte di notte si squagliava e potevi solo buttarla via.

Si discute sempre piu' spesso dei genitori di bambine  radical che scelgono la via dell'educazione gender neutral, tipo chiamar la figlia James e tenerle i capelli corti a 1 cm, o di quelli che all'opposto si lanciano nella  princirosafatizzazione di tutta la loro vita. Dei genitori di maschi che sopportano e supportano  il flusso domestico di videogiochi di guerra con l'idea che un vero uomo e' fatto cosi' e di altri che invece si ritrovano nei panni di sfidanti progressisti solo perche' lasciano i propri masculi giocare in pace con la minicucina e i pennelli.
Ma io sono fiduciosa che la maggioranza degli esseri umani prosegue in una sana via di mezzo e quelli che oggi si fan vanto di tirare su i figli estremamente gender neutral da un lato o estremamente gender oriented dall'altro, non sono di piu' di quelli che una volta tiravano su le figlie  con "tu sei femmina, fatti bella e non serve che studi" e i figli con " tu sei maschio, impara a dar le botte e non serve che studi". 
Anzi sono molti di meno.
Oggi che miracolosamente  Beirut e' sotto controllo, ho fotografato le stanze delle bimbe e ad alcuni dei loro giochi. 
Giochi da piccoli esseri umani che appartengono al Primo Mondo. 
Immagino che quando i bambini per giocare hanno solo i sassi e i legnetti, a nessuno verrebbe in mente di disquisire se sono sassi e legnetti da maschi o da femmine.
 






17.5.15

In any other world you could tell the difference

37 comments:

Dovrebbero essere giorni vissuti a pieno cuore, bevuti con gli occhi.
Gigio e Gigia  vengono cullati, cambiati, nutriti, sgridati e abbracciati.
Mamma ma poi potro' tenere in braccio Baby come Gigio?
 Il sole che tra un monsone e l'altro ci regala momenti quotidiani con il Tato maestro di nuoto che sostiene le due sirenette.
La gioia di non aver piu' bisogno dei braccioli.

L'odore delle siepi di caprifoglio in fiore che circonda la piscina e mi ricorda il profumo preferito di mia madre
Travestimenti da dottoressa, da strega, da cowboy.
Bolle di sapone e aquiloni.
Una bici ereditata da una bambina che e' stata compagna di giochi per questi sei mesi e ora ritornera' dall'altra parte dell'oceano, vicino alla sua nonna.

E quanto manca ad andare dai nonni? 6 settimane amore. 5 settimane, 4 settimane.
Oddio chi ha fatto la cacca sulla moquette?
Ma no mamma, e' la cacca di plastilina di cane bau!
No!
Si!
No!
Si!
Si!
No!
Risate argentine e si che sono ancora sci e no che sono ancora nu.
Salti sul letto e tende di lenzuola.

Sono qui che cerco di apprezzare tutto questo, ma non ci riesco come d'abitudine.

L'inquietudine ormai e' dentro la mia testa e per quanto ci provi a star calma e tutti coloro che mi voglion bene mi ripetono andra' tutto bene, una volta instauratosi il dubbio, questo mi ha rubato la serenita' di questa gravidanza.
La prima era intrisa di mistero, la seconda di consapevolezza, questa e' la mia ultima gravidanza, sotto il segno della gratitudine per poter provare di nuovo ancora tutto ancora un'ultima volta.
In questi cinque anni da quando ho iniziato il viaggio verso diventare mamma di Bea, ho condiviso la strada con tante altre donne. Alcuni di questi bambini sono partiti ma non sono mai arrivati o hanno dovuto affrontare, insieme ai loro genitori, percorsi medici difficili.
Io sono una di quelle che ha cercato la gravidanza, e' rimasta incinta dopo qualche mese, tutto e' andato bene per nove mesi, nessuna preoccupazione che non sia stata risolta nel giro di poche ore dal mio ginecologo di fiducia e dai suoi colleghi. Due volte cosi', due volte su due.
Per questo la terza volta sono stata ancora piu' consapevole e grata fin dall'inizio che sia successo di nuovo.
Per questo la terza volta ho avuto timore fin dall'inizio di aver chiesto troppo alla Natura, a Dio e al destino.
Per questo non riesco a scacciare l'inquietudine che da ormai piu' di un mese si e' annidata nella testa.

Testa: ritardo di crescita intrauterino, rischio di dover fare parto molto anticipato, rischio di morte in utero, rischio di morte alla nascita, rischio di morte poco dopo la nascita.
Croce: data di inizio gravidanza stabilita in modo errato per una serie di eventi concorrenti, percentili di riferimento americani diversi da quelli italiani, la crescita e' al di sotto della media ma e' costante nel tempo e i test genetici del primo trimestre hanno dato risultati rassicuranti.

Testa: un ambiente dove per paura di azioni legali si prospettano sempre tutte le peggio cose possibili alla paziente e si preferisce dare responsabilita' ai calcoli degli algoritmi che governano i computer piuttosto che al giudizio dei medici. E non si capisce mai se si ha davvero bisogno di certi esami o se si ha una cosi' buona assicurazione che diventa utile per i medici aver bisogno di questi esami.
Croce: un ambiente medico che e' rinomato per essere di alto livello.

Tra un mese saro' in quell'altro mondo aldila' dell'oceano,  potro' confrontarmi col medico che ha fatto nascere le mie bambine, potro' ritrovarmi nelle procedure che gia' conosco. Potra' andare tutto bene.


Ma nel frattempo sono qui, nella speranza che tutto sia a posto, nel dubbio che non lo sia.

Nel frattempo, ho chiesto attenzione e compagnia virtuali, se non fisiche. E sono arrivate, da tante direzioni, vecchie e nuove.
Questa stesso mondo tecnologico che mi terrorizza per pochi millimetri dedotti da ultrasuoni, mi porta il bene di chi e' lontano.




8.5.15

Amiche di Fuso - maggio

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il resto di questa texana avventura lo trovate qui

5.5.15

Majowka in Houston

6 comments:
E dunque sabato mattino, sotto il piu' scintillante giorno di sole che il sardonico prete polacco di Houston potesse desiderare, e' cominciato  il Polish festival: occasione per la comunita' polacca di celebrare le ricorrenze patrie e di offrire agli altri cittadini del mondo che vivono qui l'esperienza di quella l'atmosfera di festa  fatta di  ombrelloni e corone di fiori nei capelli delle ragazze, di salsicce e balli, musiche e ambra, fiori e birra, palle di natale e pierogi, che caratterizza il loro paese.
Mentre ragazzini americani e latinos che frequentano il liceo di zona facevano da volontari ai banchi dei bar e nei parcheggi, molti  gruppi di amici russi, moldavi, turkmeni, georgiani, ucraini e di tanti altri paesi del centro e dell'Est Europa si ritrovavano intorno alle tavolate, presentandosi e raccontandosi. La mia presenza italiana sembrava piu' esotica della loro: veniamo sempre al festival polacco perche' e' un po' simile a com'e' da noi, perche' i balli sono gli stessi, perche' la musica e' simile, perche' anche noi abbiamo i pierogi..
quando ci si trova a mille miglia di distanza dalle proprie case,  ci si scopre piu' vicini, piu' simili, piu' uniti.




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