17.11.15

L'Europa, Parigi, Io, Noi, Voi, Valerio, Riccardo

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Era venerdi' pomeriggio per me, stavo riportando le bimbe a casa dall'asilo.

Tra dieci anni me lo ricordero' come oggi mi ricordo dov'ero nel momento delle Torri Gemelle: ferma al semaforo tra Greenbriar e Holocomb, l'auto un po' inclinata perche' la gomma a destra ferma nel solito fosso di asfalto che mai ripareranno. Sbilenca appesa al volante con la destra e col cellulare in mano nella sinistra, avro' sempre questa immagine di me mentre leggo le parole di Anna che annunciano il terrore.

Incredibile, impossibile, atroce.

Vero.

Tornate a casa, le bimbe hanno giocato tra loro e visto cartoni su cartoni, prendendo dal frigo e facendosi pic nic.
Io ero imbambolata tra il telefono e il computer su cui scorrevano le notizie e soprattutto cercavo di contattare le persone che conosco a Parigi.

Un piccolo sollievo sapere che queste persone che conosco stavano bene.

Un enorme dispiacere per le vittime, i loro parenti, i loro amici.
Un enorme dispiacere per me stessa, perche' mi sento ferita e oltraggiata nella mia libera autodeterminazione.
Mi sento come se fossero arrivati i ladri e avessero fracassato tutto cio' che amo in casa mia, mentre io sono qua a migliaia di kilometri di distanza.
Parigi, la Francia, rappresentano per me un luogo non solo geografico ma anche mentale: la summa di tantissime idee, valori, abitudini, consuetudini che ho ereditato,  scelto e fatto mie nel corso degli ultimi 36 anni. Quello che io e mio marito definiamo the european way quando parliamo tra noi, perche' per noi l'Europa e' casa, e' radice, e' dove apparteniamo, e' l'acqua nella quale siamo pesci.
Mi sento ancora piu' isolata qua, adesso.



Sabato mattina la newsletter dell HuffPo titolava insieme agli attacchi in Francia che a Baltimora solo questi ultimi 11 mesi, 300 omicidi.
Questi, che sono i nostri piu' equipaggiati alleati d'occidente, s'ammazzano a casa loro a centinaia ogni anno in decine di citta' con la scusa del diritto costituzionalmente garantito a possedere armi. Ben piu' vittime tra loro che vittime per terrorismo.
Vittime di loro stessi.
Sono i nostri alleati ma la loro mentalita' e' per tanti versi assai piu' vicina a quella di chi ha voluto punire, con gli attacchi a luoghi di divertimento,  in modo esemplare la nostra mentalita' che include senza vergogna ne' puritanesimo la gioia di vivere declinata in liberta'.

Sembriamo fessi perche' crediamo nella libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali.

Sembriamo fessi perche' da quando e' finita la seconda guerra mondiale ci proviamo davvero a integrare decine e decine di popoli caratterizzati da storie, lingua, mentalita', mezzi economici differenti, pur con tanti errori, ci proviamo, lo facciamo.
Soprattutto noi cittadini, che intanto che i politici fanno decreti e direttive, viaggiamo, ci innamoriamo, ci sposiamo e facciamo bambini multilingue, multinazionali, multicuore.
Europei.
Da migliorare c'e' tanto, ma intanto siamo pur sempre uno dei posti migliori dove vivere su questo pianeta in quanto a diritti umani.
Tutti i morti prima di noi non sono morti invano: il messaggio l'abbiamo capito e implementato anche se ancora ci sono tante realta' brutte, bruttissime, da guarire sul nostro stesso continente.
Ma non sono morti invano.

Noi europei siamo debosciati perche' la sera dopo aver lavorato a casa o in ufficio o altrove usciamo alle nove per andare a cena con i nostri amici o con la nostra famiglia, persino coi bambini nel passeggino e ci mettiamo tranquillamente in mano un bicchiere di vino senza dover far vedere la carta d'identita' a nessuno, ci baciamo in pubblico,e se domenica salteremo la Messa non ci sentiremo in colpa perche' abbiamo lavorato tutta la settimana e abbiamo fatto tardi la sera prima con le persone a cui vogliamo bene, e tutto questo e' rispetto e celebrazione della vita che ci e' concessa. Sfruttiamo i nostri talenti, condividiamo amore con il nostro prossimo. Se poi non ci presentiamo all'appello dal prete, Dio comunque lo sa che ci stiamo rispettando la vita che ci ha concesso.
Si puo' anche dire che siamo troppo flessibili, che pieghiamo le cose a nostro piacimento.
Forse e' cosi', dipende dai punti di vista.

Ma di fatto la maggioranza di noi non pensa sia normale che si possa andare in giro armati ne' si possa fare del male al prossimo in nome di una religione.

Quando ero piccola ricordo di aver pensato qualche volta che sarebbe stato bello che a scuola non ci dessero sempre dei libri cosi' tristi da leggere: da Anna Frank alla Ragazza di Bube, da Se questo e' un uomo a I ventitre' giorni di Alba.
Lager e Resistenza, morti di religione, morti di guerra, tutti morti nostri, sulla nostra terra.

Per tredici anni di istruzione elementare e superiore.
Adesso mi rendo conto che e' anche grazie a tutti quei libri che sistematicamente cosi' tanti di noi europei abbiamo dovuto leggere a scuola, che per cosi' tanti di noi la differenza tra il male e il bene, l'inescusabilita' della violenza, il rispetto per la vita di tutti, aldila' dell'etnia e della religione, e' ovvia.

Non riesco a trovare un filo preciso di tutto questo fervore dentro di me.
Sto scrivendo ad alta voce.
So solo che amo l'Europa come se fosse una persona vera, fisica, da abbracciare in questo momento. Come se fosse il mio babbo.

Mia madre questo sabato ha dipinto meglio di quanto io possa scrivere.
L'arte figurativa e' davvero una grazia per liberare le emozioni.

In questo momento di tragedia collettiva, alcune persone a me vicine stanno vivendo tragedie familiari. Un dolore amplifica l'altro.
Valeria ha perso la cognata, mancata nel deragliamento del Tgv Parigi  - Strasburgo
Simona ha perso lo zio, per lo stesso male che ha portato via il mio babbo.

E in tutto questo pero', sorridono Leon, Elenoire, Giordano, Luigi e tantissimi altri bambini.
Ai quali oggi si aggiungono Valerio e Riccardo: benvenuti piccoli, vi auguro di essere amati tantissimo!







13.11.15

Interpost - Da Boston a New York

1 comment:
New York per la crew di noicinque e' cominciata sul binario interrato della stazione ferroviaria di Boston.
Laggiu' nella penombra, avvolti da rumori misteriosi che rimbombavano tra i mattoni a volta, la  bella citta' sopra di noi sembrava lontanissima, sparita.
O meglio, eravamo spariti noi, sospesi in un non luogo,tra Boston e New York.
Il Senator mi aveva preparto al peggio riguardo ai treni americani: lentissimi, niente da mangiare a bordo, poco puliti.. sempremegliochetrenitalia ma non ti aspettare i compartimenti insonorizzati per famiglie, il bagno col fasciatoio e le insalate fatte fresche al momento dallo chef  come  sull'intercity da Katowice a Varsavia questa estate.
A me poco importava, aspettavo semplicemente un treno per andare a New York, ma a un certo punto non arrivava nemmeno quello.
Mentre attendevamo tra gli archi  sempre piu' cupi, senza nessun pannello che spiegasse arrivi o partenze, cercando di captare il senso di annunci cosi' biascicati che nemmeno i nativi li' presenti capivano, ho pensato per un attimo di risolverla alla Hogwart: bambine, prendiamo la rincorsa e fiondiamoci contro il pilone al centro della banchina.
Proprio in quel momento il treno si e' materializzato e noi eravamo pronti e scattanti secondo la procedura di immissione nel vagone stabilita dal Senator: prima sali tu (col bimbo appeso), poi ti passo la grande, poi la piccola, poi ti passo le valigie, poi entro io con i passeggini.
Se non fosse che una gigantessa bionda mi ha acchiappato per una spalla, tirato giu' dal vagone a forza e spiegato che dovevo seguirla per andare in fondo al treno perche' non potevo salire sul quiet wagon con i bambini. Mentre io e il Senator eravamo gia' pronti ad azzannarla con la nostra rodatissima filippica in terra houstoniana sulla Liberta' e i Diritti Umani dei portatori di prole e della prole medesima a non essere ghettizzati, la Gigantessa ci ha mostrato i quattro posti con tavolino in mezzo che ci aveva riservato a inizio di quella carrozza, con spazio extra per mettere i passeggini oltre alle valigie.
Ci aveva fatto chiaramente un favore, percio' ci siamo rimessi in tasca la filippica e abbiamo ringraziato.
Dopo esserci installati, ho visto altri passeggeri col bicchierone di carta fumante di caffe' e ho spedito il Senator in avanscoperta: nonostante la sua cautela nelle aspettative, eravamo sull' Acela Express, il treno piu' moderno degli Usa.
Viaggiare in treno per me e' il meglio.
Quando non ero madre, in treno incontravo sempre persone dalle storie interessanti (beh, anche in aereo a dire il vero, ma ho paura di volare quindi mi rilasso di piu' in treno) oppure leggevo,e il rumore del treno teneva il tempo delle parole.
Adesso viaggiare in treno significa anche rincorrere, dire non toccare/leccare/appoggiare che e' sporco, cambi di pannolini rocamboleschi in assenza di fasciatoio, ma nonostante queste piccole fatiche, anche le bimbe iniziano a condividere con me cio' che preferisco di questo mezzo: guardare fuori dal finestrino il mondo che va velocissimo e cogliere in quei pochi secondi piu'dettagli possibile.

Il treno che scende dal Maine a Washington per molti tratti corre proprio sul filo delle sponde, dando la sensazione di scivolare sull'oceano. Un bellissimo sole incendiava gli alberi gia' vestiti dei colori autunnali e tra una foresta e l'altra si alternavano le piccole baie di oceano contro spiaggette di sabbia dorata e piccoli scogli. Case come quelle nelle foto patinate degli Hamptons e di Martha's Vyneyard. Fari. Casette come quelle dei quadri di Hopper. Gli scorci si susseguivano incorniciati dalla finestra del treno, raggiungendo l'apice della bellezza tra Rhode Island e New Haven (Connecticut).

Mentre osservavo tutto quel rosso oro e blu scintillante, mi sono sentita dire: se rimaniamo negli Usa mi piacerebbe tornare qui e vedere questi posti.

Guardando Leo aggrappato saldamente al suo bar, cioe' me medesima, mi e' venuto in mente quando tenevo tra le braccia Bea, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Lione per andare a fare il suo primo passaporto. Era poco meno di cinque anni fa e andare in treno sembrava un'avventura pazzesca: avevo dietro una borsa enorme con tutto il necessario per ogni evenienza possibile o immaginabile.
E poi Ali, piu' o meno della sua eta', nel tgv per Parigi per andarcene a fare un weekend lungo di novembre che sapeva gia' di Natale: c'era una borsa appesa al maclaren di Bea con quasi tutto il necessario per la sopravvivenza di entrambe.
E ora siamo io e Leo e loro due  e uno zainetto con dentro un po' di pannolini, un po' di salviette,due mandarini e per il resto ci si arrangia.
Non solo me lo ricordo, ho addirittura una foto di me con loro,che si sa, sono sempre le mamme che fotografano.

Mi fai una foto con lui che si veda siamo in treno?
Okay
Sai, per tradizione.

Durante il viaggio la Gigantessa, che abbiamo scoperto essere il controllore del treno, e' venuta una mezza dozzina di volte a parlare con le bambine, estasiata dal loro multilinguismo, offrendo a sua volta un repertorio di canzoncine  in francese molto apprezzato dalle Ice e raccontandoci che le dispiaceva che sua madre, siciliana immigrata a New York dopo la guerra, non le avesse voluto insegnare l'italiano. Ci ha raccontanto dei matrimoni misti nella sua famiglia, del suo periodo di vita all'estero quando le sue figlie erano piccole. Il suo interesse verso le bambine e il desiderio di raccontare la sua esperienza rivedendosi un po' in noi qualche anno fa, mi ha colpito: in un mare di so adorable so cute e' un evento che un'americana voglia davvero dire qualcosa e ascoltare nell'ambito di una casual conversation tra estranei.
Ci ha scortato all'uscita dal treno e si e' congedata da noi solo quando e' stata certa che non avevamo bisogno di ulteriore aiuto nel salire verso l'atrio di Penn Station.

Ho guardato in alto verso il Senator, mentre le scale mobili ci portavano su.
Ho sentito il mio battito accelerare.
Stavo per vedere New York per la prima volta con i miei occhi.




10.11.15

La nostra crew a Boston

26 comments:
Quando si gira con due mani e tre figli sotto i cinque, il risultato e' vicino a zero foto.
Percio' in attesa di scoprire quali momenti il Senator ha deciso di fermare nel suo aifon, scrivo di questa nostra prima vacanzina in cinque in un posto nuovo, a zonzo da turisti, almeno io che a Boston e a New York non c'ero mai stata.

Stasera prima di accingermi a scrivere ho dato una scorsa al blog.
Quest'anno ho scritto poco e di cose poco belle:
quanto mi manca la mia vita di prima,
quanto non mi arricchisce la mia vita a Houston,
le preoccupazioni durante la gravidanza di Leo,
la malattia e la scomparsa di mio padre.
In cosi' tante parole spese per dipingere lo sconforto, la paura, la tristezza, non so se ho dato abbastanza spazio all'amore che ho pur provato ogni giorno per colui che in questo posto mi ha portato e che dal primo momento che siamo arrivati ha fatto del suo meglio per sostenere me e le bambine, conscio del sacrificio chiestoci.
Vale, andra' tutto bene, nessuno ci porta via Varsavia, la nostra casa, i nostri amici.
E poi per sostenermi mentre perdevo la testa sulle paure di toxo congenita e percentili.
Vale, andra' tutto bene, si e' sbagliato il dottore, sicuramente hai ragione tu sulla data di inizio
E poi per sostenermi nel dolore piu' grande che ho affrontato fino ad oggi nella mia vita.
Vale, ce la fara', io ci credo fino all'ultimo.
Eravamo qua, in un pomeriggio di sole di settembre estivissimo, le bimbe sguazzavano e lui disse che lo aspettava un tirocinio a ottobre, avremmo potuto raggiungerlo per qualche giorno  a Boston e poi passare insieme il weekend a New York.
Mio padre era ancora vivo,  eravamo ancora fiduciosi che la prima chemioterapia avrebbe avuto buoni risultati, che avrebbe rallentanto questo treno di dolore che accelerava ogni giorno di piu'.
Guardai il cielo azzurro sopra di noi e per un momento mi sentii il cuore nuovamente leggero: viaggiare, andare a vedere posti nuovi.
Mi ha sempre reso felice andare in nuovi posti, e' anche per questo che ero cosi' arrabbiata con Houston fin dall'inizio.
Si, si, che bello.

Non mi sono nemmeno posta il problema della spedizione da sola con loro tre per raggiungere lui.
La mia mente stava gia' proiettando  Ally che usciva dall'ufficio e vagava a piedi in un  cappotto fighissimo diverso ogni sera sotto la neve e le lucine  a Boston.
A piedi. E mille spezzoni di film di New York, la citta' che forse ho piu' visto crescendo a pane e cinema, senza esserci mai andata.

Invece le cose sono andate diversamente.
Il primo viaggio da sola con loro tre l'ho fatto per tornare dall'Italia  a Houston, dopo aver detto addio al mio babbo, tre settimane dopo quel pomeriggio a bordo piscina. 19 ore, di cui 3 di scalo.

Fino alla  partenza del Senator non sono riuscita nemmeno a pensarci, che ci aspettava un viaggio, una vacanza, un occasione di gioia. Ero troppo chiusa nel dolore, nella rabbia.
La disperazione delle bimbe nel vedere il padre partire pero' mi ha obbligato a rivelare: tra due giorni partiamo anche noi! 
Abbiamo tirato fuori la mappa, visto dove andava il tato, dove saremmo andati noi.
48 ore di domande su cosa avremmo fatto, cosa avremmo visto, e soprattutto la faccenda fondamentale: a Boston ci sono i parchi giochi?

Abbiamo stipato la valigia di felpone, sciarpe, guanti, berretti. Quando arrivammo l'anno scorso dai menosette di Varsavia, giravamo ai piuquindici di Houston in maglietta a manica lunga, ora ci apprestavamo  ai piuquindici della East Coast intabarrati come orsetti.

Quando sono scesa dall'aereo tenendo per mano le bimbe e con appeso al collo nell'Ergo il bimbo, m'e' sembrato di esser senza bagaglio in tutti i sensi. Non mi sentivo cosi' leggera da quel giorno in cui babbo mi venne a prendere a Linate dopo la traversata da Houston col pancione e le bimbe: ritrovandolo cosi' magro e con il viso contratto dal dolore che provava, capii che qualcosa non andava e poteva esser qualcosa di grave. Erano passati 4 mesi esatti.

Ho respirato a fondo e ho cercato il filo del gomitolo della gioia che da troppo tempo rotolava da solo nella mia testa senza lasciarsi acchiapare. Le bimbe correvano piene di gridolini, non vedevano l'ora di ritrovare il tato. Partito da quarantotto ore. A pensare che per tre anni e mezzo lui sia stato via piu' del 60% del tempo, sembra incredibile che fossimo cosi' abituate all'assenza, alla distanza, alla mancanza.

Che buffo ritrovarci tutti nei nostri cappotti della vita ante Texas. Fuori dalla sala del ritiro bagagli avrebbe potuto esserci Torino, Ginevra, Varsavia, Parigi, Londra, Milano..
C'era l'Autunno fuori.
Quell'aria che punge il naso e sei contenta di avere il berretto e i guanti che la sera il vento e' freddo.

Quando siamo usciti dalla scala della metropolitana avevo il fiato sospeso: prima ho visto il cielo buio della sera, poi un grattacielo antico illuminato che risplendeva dei suoi bassorilievi, un grattacielo moderno li' accanto che se ne stava buio per non disturbare l'estetica del suo vicino antico, delle colonne in stile neoclassico di un palazzo di cui si intravedeva uno spicchio e avanti un edificio di mattoni a vista con un bel tetto in stile..non lo so,ma non sembrava antico, lo era. E l'aria pulita del mare d'inverno.

-Quello e' il nostro hotel

-Il grattacielo bello o quello moderno ?

-Quello bello,amore

-Davvero?!

Ora, io normalmente non ho pretese di accomodation. Per me qualsiasi prenotazione che metta insieme prezzo ragionevole luogo pulito e logistica comoda, va bene. Ma l'idea di stare dentro a un grattacielo antico di almeno, a occhio, piu' cento anni, quella sera mi ha colto di sorpresa e travolto di gioia.

La volta a mosaico dell'ingresso, restaurata a nuovo, porta il numero 1889. L'anno in cui fu costruito questo che ho scoperto essere allora il primo grattacielo di Boston.

Tutto l'albergo e' arredato seguendo uno stile moderno che valorizza i dettagli e la struttura antica.
Insomma un posto bellissimo e anche molto romantico, percio' a piombare li' sudaticcia e spettinata con tre nani ho avuto un attimo di esitazione. Invece erano tutti gentili.
E non solo parole, perche' in camera ho trovato un lettino bianco di metallo bellissimo per il nostro piccolo e, novita' per me, una di quelle seggioline di plastica per fare il bagnetto, che si incastrava perfettamente nel lavandino del bagno, unitamente a una quantita' di asciugamani che sarebbe bastata per un battaglione e un set di bagnoschiuma lozione detergente e talco per nani viaggiatori. Il frigo era grosso abbastanza per ospitare un gallone di latte nel mezzo dei vari liquorini e lattine di soda.  Insomma,l'hotel bello ma con l'anima per la madre convoglio in cerca di europeitudine.

Siamo riusciti poco dopo. La gioia incontenibile di  passeggiare alle nove di sera  dopo ore di volo, con addosso un bambino nel marsupio, spingendo una figlia addormentata in un passeggino per camminare accanto a lui che spingeva l altra figlia addormentata nell'altro passeggino, perche' evviva e' buio ma possiamo uscire a piedi, girare tra gli alberi e gli stagni del parco ed e' pieno di gente normale in giro e persino gli homeless davanti al seven eleven ci sorridono e ci fanno i complimenti, come in un film di F. Capra. I miei occhi catturano scorci di architettura di cento, duecento, trecento anni fa. Quella stratificazione di arte, di stili, che era cosi' ovvia nel paese dove sono cresciuta, ma che ho imparato ad apprezzare per difetto andando a vivere prima nei posti dove le guerre hanno distrutto tutto  e poi in quelli dove nulla del genere e' mai stato costruito.

Boston, Urbe condita 1630.
E si vede, e si sente.

Il mattino dopo e' suonata la sveglia di colui che doveva andare al training.
Ho guardato la sua mappa e ho pensato a quante cose avrei voluto vedere nei tre giorni a venire.
Camminare e camminare e camminare.
E poi ho ascoltato i respiri pesanti dei tre.
Che dormivano ancora.
E mi sono riaddormentata pure io, che tanto uscire due ore dopo non cambiava nulla perche' quando si cammina una con tre, non si riesce mai a vedere tutte le cose che si vorrebbero vedere, tanto vale accettarlo e prendere quello che viene, ovvero dormi quando dormono, portali in giro quando sono svegli.

Finalmente pronta per uscire, con bimbo immarsupiato nella sua tutina orsetta e figlie scafandrate una per mano,  sono andata  a chiedere una mappa per me e il ragazzo della reception mi ha sorriso divertito dicendo : You've got quite a crew. 
E' vero, siamo proprio una crew ormai, potremmo andare in giro con delle divise,e non escludo che un giorno, tanto per bisboccia, lo faremo.

Attraversata la strada dopo aver sospirato d'amore per
1) il semaforo per il pedone che se lo schiacci diventa subito verde
2) le strisce alle quali le auto si sono fermate prima ancora che schiacciassi il bottone del semaforo per il pedone
mi sono diretta con la crew al parco.


Perche' ora la normalita' di poter andare al parco giochi, prendere cappuccino e brioche al bar quando inizia a piovere, poi uscire di nuovo e fermarsi a guardare portoni e architettura e le cose nelle vetrine e raggiungere il Senator per pranzo, tutto a piedi, e' il nuovo lusso, quello che si puo' fare in vacanza e non nella vita quotidiana.

Abbiamo camminato fino ad avere i mignoli dei pieidi viola, tra foglie rosse, studenti che camminano parlando di filosofia, scoiattoli, ottone scintillante, mosaici e lastroni di pietra, sorrisi sdentati di mendicanti e di  professionisti impeccabilmente vestiti, in entrambi i casi prodighi di gentilezza verso il nostro convoglio.

Mi piace quando in un posto colgo dei segni.
Passare davanti a un negozio di antichita' e in vetrina c'e' un quadro con la pubblicita' del vermouth Martini & Rossi, Torino, con una donna di bianco vestita.

Mi piace quando in un posto mi sento subito a casa.
Trovare il bar dove so gia' che poi tornero' ogni giorno per colazione

Mi piace quando in un posto riesco a entrare nel flusso dei suoi abitanti. Gironzolare per il campus di Harvard come tanti studenti che furono e che saranno, come la dottoressa che mi segui' per la tesi e mi incepto' al dottorato.

Mi piace quando scopro un'abitudine locale e la faccio subito mia. Gli attraversamenti pedonali in diagonale. Scatta il verde per i pedoni da tutti i lati e il rosso per le auto da tutti i lati. Un minuto e tutti coloro che avrebbero dovuto aspettare due semafori per spostarsi da A a B a C, sono invece passati da A a C direttamente.

Mi piace quando indovino i buchi per mangiare buoni e semplici, dove vanno le persone normali e il cibo cinese te lo fa una signora cinese che nonostante siano 40 anni che e' li' in cucina, parla ancora solo cinese e cosi' posso ricordarmi di ricordare bai mi fan, xie xie e quelle altre 4 cose che imparai.

Non sono una di quelle che si compra le magliette col logo o coi nomi farlocchi delle uni, ma a sto giro ho ceduto all'acquisto goliardico tamarro. Potranno dire di esser andati ad Harvard, almeno per una sera nella loro vita da piccoli, e poi chissa'.

E poi l'aria di mare, l'oceano.
L'odore del vento sull'Atlantico si infila nelle strade, tra i palazzi costruiti grazie allo splendore mercantile ..il porto di Boston e' i luogo dove  arrivarono i radicali religiosi che divennero americani, gli inglesi che divennero nemici, gli irlandesi disperati dalla carestia che da sopravvissuti divennero vivi e contribuirono a costruire questa citta' che inizialmente non li voleva perche' erano troppi, portavano le malattie ed erano poverissimi. E poco piu' di cento anni dopo uno dei figli dei figli dei figli di quegli scappati dalla carestia divenne Presidente. Quel Presidente, che fu fatto fuori perche' si che era transformational davvero. E poi gli italiani, i polacchi, i russi.
Una citta' cosi' densa di mura, di architettura, di statue e alberi e fontane e luci, che non puo' essere scissa dall'umanita' che l'ha creata ed animata fin dall'inizio a ora.  Una citta' per davvero, insomma, come le nostre. Non una citta' per uominimacchina per fare un paragone nulla a caso.

Dopodiche' abbiamo preso il treno per New York e dal finestrino ho visto quegli scorci di sole tagliente sull'azzurro dell'Atlantico, quando l'oceano ricama con le onde contro le coste frastagliate, riempiendole di  piccole baie, lambendo case divorate dalla luce come nei quadri di Hopper.

E fu cosi' che ho avuto la prova provata di quel che temevo: se in America mi avessero mandato da un' altra parte, non l'avrei rifiutata in blocco. Perche' di grazia umana, urbana e naturale, su questa costa Atlantica, ce n'e'


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